domenica 26 giugno 2016

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... e noi non facciamo altro che...

"Il significato delle parole in sé  non mi interessa. Non sono le parole che costituiscono il linguaggio ma le proposizioni, le frasi, i giudizi, le asserzioni. Parole e concetti non hanno importanza. Sono importanti le asserzioni, che possono essere vere o false, e noi non facciamo altro che cercare altra verità, altra verità interessante. Sempre più verità. Il filosofo del linguaggio è come colui il quale si pulisce continuamente gli occhiali. È per vedere meglio il mondo che puliamo il linguaggio, non per purificarlo come fosse fine a se stesso."


sabato 25 giugno 2016

Popper

Sono teorie scientifiche quelle che fanno affermazioni precise su questioni di fatto, quindi si può dimostrare che non sono vere con dati empirici significativi per la comunità scientifica.  

Non sono verificabili, cioè nessun numero di osservazioni empiriche è sufficiente a dimostrare che sono vere. Il fatto che ho visto un numero altissimo di cigni bianchi non è sufficiente a dimostrare che l'affermazione "tutti i cigni sono bianchi" è vera.
Sono teorie scientifiche quelle che, facendo affermazioni precise su questioni di fatto, sono falsificabili, anche se non potranno mai essere considerate vere per sempre nonostante che finora non siano mai state falsificate empiricamente.

Sono teorie scientifiche corroborate quelle che non sono finora mai state falsificate da un'osservazione empirica significativa. Ma anche una teoria scientifica ampiamente corroborata può essere falsificata da una prossima evidenza empirica - il prossimo può essere un cigno non bianco.

La falsificabilità, dunque, è il criterio che divide la scienza dalla non scienza.

Tuttavia, la falsificabilità non è un criterio di significato.
Miti, letteratura, arte, metafisica non sono scienza ma sono altamente significativi per l'uomo, e sono il serbatoio da cui nascono le ipotesi scientifiche.

Inoltre, anche per le teorie non scientifiche, cioè non falsificabili empiricamente, può essere applicata la critica razionale, cioè è possibile valutare anche una teoria non scientifica in base alla
- semplicità,
- coerenza con altre teorie,
- potere unificante,
- fascino intuitivo,
- fecondità.

venerdì 24 giugno 2016

La catastrofe di Torino

Se qualcuno intende sapere qualcosa di più su Nietzsche, è il caso che legga il libro di Anacleto Verrecchia, intitolato "La catastrofe di Nietzsche a Torino", Bompiani, Milano 2003.
Un libro dedicato "... alla ricostruzione minuziosa della follia di Nietzsche, dal momento dell’insorgenza, nel gennaio del 1889, alla morte. Verrecchia intende dimostrare che la catastrofe psichiatrica finale è la naturale conclusione di un’esperienza umana che si è svolta sempre all’insegna della patologia, e che dunque la filosofia di Nietzsche è null’altro che l’espressione di una mente malata, la quale può affascinare solo menti altrettanto malate."

Anche la lettura dell'ampio commento al libro di Verrecchia, da cui ho tratto la citazione sopra e di cui metto il link, è sufficiente a porsi qualche domanda su Nietsche e il suo pensiero - qualche domanda in più o in meno, a seconda del tipo di risonanza che la lettura di testi o affermazioni isolate del filosofo hanno avuto in noi prima di questa lettura.

mercoledì 22 giugno 2016

Sottomessi ma non stupidi

Ci sono molte realtà da noi vissute con sfuggente e superficiale consapevolezza, o del tutto inconsapevolmente. Realtà oggettive e quotidiane, che possiamo tutti vedere, toccare con mano: sono la nostra vita oggettiva, eppure è come se non fossero, o non fossero quello che sono. 

In approssimazione:

- la realtà oggettiva biologica: della necessità di respirare e della necessità di bere e nutrirci, cioè della nostra vita che usa l'ambiente (aria, acqua) e sfrutta e mangia altra vita; dello sviluppo e dell'invecchiamento; del genere maschile o femminile; 

- la realtà oggettiva delle nostre condizioni materiali di esistenza, da quando siamo nati ad oggi, tra cui la realtà oggettiva delle condizioni ambientali e delle condizioni di sopravvivenza sociale (tra queste le condizioni del sistema economico);

- la realtà oggettiva dei messaggi verbali e non verbali che formano l'ideologia culturale in cui siamo immersi dalla nascita ad oggi, tra cui la realtà oggettiva della ideologia religiosa con le sue affermazioni che contrastano l'esperienza che abbiamo del mondo (una donna non partorisce il figlio da vergine, pane e vino non si trasformano in carne e sangue, i morti non resuscitano, il mondo non è stato creato, del dopo la morte non sappiamo nulla, nessun uomo è infallibile).

L'insieme di queste realtà sono la nostra vita oggettiva, ma, normalmente, non ne siamo consapevoli. 
Cosa contrasta la presa visione, la consapevolezza della nostra realtà oggettiva? 
Paura? Di che? Di perdere le proprie catene? Di vedere le bugie che ci raccontano? Della rabbia che coviamo e che potrebbe distruggere tutto? Dell'intelligenza che dovremmo mettere in campo per contrastare chi ci vuole ciechi, muti e sottomessi? 
Ipotesi, certo, ipotesi. Ciascuno dovrebbe capire se stesso, infine. Sapersi per sapere.

Oltre ciò che ci spinge alla rinuncia alla consapevolezza, c'è da chiedersi: come avviene il suo evitamento? Quali i processi mentali che usiamo? Qui, una mano la dovrebbe dare il sapere di Psiche, la psicologia, se non asservita al potere culturale, religioso, economico.

(22 giugno 2014)

mercoledì 15 giugno 2016

Come dalla luce diretta del sole si passa a quella riflessa dalla luna

"Come dalla luce diretta del sole si passa a quella riflessa dalla luna, così ora passeremo dalla rappresentazione intuitiva, immediata, che si afferma e si accetta da sé, alla riflessione, ai concetti astratti e discorsivi della ragione, il cui contenuto è tolto per intero dalla conoscenza intuitiva e non ha senso che in relazione con questa."

(Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)
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La percezione del mondo, la rappresentazione intuitiva immediata, è la nostra fonte di conoscenza primaria. Nonostante che noi percepiamo il mondo così come i nostri organi di senso ce lo fanno percepire, nonostante che la percezione sia comunque una forma di interpretazione del mondo, nonostante tutti i possibili errori percettivi, è dal contatto percettivo diretto con la realtà, dalla "intuizione sensibile" che dobbiamo partire nel rappresentarci il mondo e poi nel pensarlo, è al contatto diretto con la realtà che dobbiamo tornare per le conferme percettive a volte necessarie, e ancor di più per non perderci nella incerta luce lunare dei "concetti astratti e discorsivi della ragione".

... seguimi!


Va bene. Allora...


Raccontami una storia


lunedì 13 giugno 2016

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Cardi

Ho letto che ce ne sono di diversi generi e specie, alcune delle quali note fin dall'antichità per le proprietà curative degli estratti, altre per l'uso meccanico delle foglie spinose secche. Attrae, da sempre, la bellezza unita alla difensività respingente delle spine: un fiore guerriero. Lì dove passeggiavo ce ne erano di tutte le altezze, e alcuni svettavano ad almeno due metri.

Se i nostri sogni sono sogni

Ho visto che viene letto frequentemente questo mio post del 23 maggio 2014. Lo riporto.

Nel dualismo coscienza/inconscio, scrive Galimberti, "... la psicoanalisi di Freud sembra ricalcare alla lettera la filosofia della natura di Schopenhauer."
Schopenhauer aveva capito che la nostra vita psichica inconscia, quella della nostra "Volontà di vivere" di cui siamo strumento, da cui siamo vissuti mentre pensiamo che sia la nostra coscienza a guidare la nostra vita, è fuori del tempo e dello spazio con cui ci rappresentiamo il mondo e il nostro andare in esso, non rispetta il principio di non contraddizione e quello di causalità - insomma, a livelli di cui non abbiamo consapevolezza, non abbiamo una storia e non siamo individuabili. Laggiù, è come nei nostri sogni, scrive Schopenhauer, possiamo passare da un tempo all'altro, da un luogo all'altro, da una identità all'altra - essere figli dei nostri figli.
"Il sogno - scrive Schopenhauer - è simile alla follia." ed è "... lo strumento di cui si serve la nostra onniscienza sognante per far giungere possibilmente qualcosa all'ignoranza della nostra veglia."
Come Schopenhauer, Freud pensa che "Il sogno è una psicosi, con tutte le sue assurdità, le formazioni deliranti, le illusioni sensoriali proprie delle psicosi."

(U. Galimberti, La casa di Psiche, Feltrinelli)
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L'affermazione che il sogno è come la follia, o che in ognuno di noi c'è la follia, mi sembra un errore non da poco.  Non è vero che il sogno è come la follia, o che in ciascuno di noi c'è la follia.


Follia è realtà di relazione, di interazione, tra i nostri processi consci con quelli inconsci. Se l'equilibrio tra questi processi psichici salta, allora emerge la follia, allora l'inconscio non è più inconscio e il sogno non è più sogno.
Se io sogno da sveglio, e penso, dico, mi comporto come se fossi un bambino piccolo, come se fossi figlio di mio figlio e sono certo di questo fatto impossibile, fuori del tempo, dello spazio e della causalità - se sono certo che non è un come se ma è realtà fisica, allora sono impazzito, allora è follia.


Ma se io sto dormendo, e sogno questa realtà fuori di tempo spazio causalità, è sogno, non è follia. O anche, se sto sveglio e dico che mi sento figlio di mio figlio, che è come se lo fossi per certi aspetti, ma so bene che sono suo padre, è avvertimento di aspetti irrazionali della vita, non è follia.
L'insieme che io sono, di razionalità e irrazionalità, mantiene una integrazione, un equilibrio, e fin quando vivono in me questa integrazione e questo equilibrio tutto ciò che è mio, compresi i sogni e i  processi inconsci, non è follia.
Di più: non è equilibrio precario, per la maggior parte di noi. 

Ho visto soffrire acutamente e a lungo persone che, come la maggior parte di noi, non avevano la possibilità di impazzire, non avevano la possibilità della disintegrazione, della scissione, della schizofrenia.

E lo schizofrenico, il folle, non ha niente a che vedere con il bambino o con il selvaggio, come ogni tanto si legge o si sente dire erroneamente: quello del folle è tutt'altro essere, tutt'altro equilibrio rispetto a quello da cui nascono i nostri sogni, le nostre creazioni artistiche quotidiane o la bellezza unica, un po' selvaggia, vitalmente sorprendente, delle nostre individualità (il bambino e il selvaggio che sono in noi).


Dire che "il sogno è una psicosi"  equivale a dire che l'equilibrio tra coscienza e inconscio è la mancanza di questo equilibrio. Questo dire è folle, o forse più precisamente stupido, saccentemente erroneo - non il sogno di chi dorme.


Altra cosa è, come fa Schopenhauer, dire che  il sogno è "... lo strumento di cui si serve la nostra onniscienza sognante per far giungere possibilmente qualcosa all'ignoranza della nostra veglia."
La razionalità ha bisogno della "onniscienza sognante" quanto il sogno ha bisogno della capacità di distinguere nella luce diurna.

Il falchetto


lunedì 6 giugno 2016

Sapore di stella





Cipolla, anfora luminosa,
petalo su petalo
si  formò la tua bellezza,
squame di cristallo ti accrebbero
e nel segreto della terra oscura
si arrotondò il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
fu il miracolo
e quando apparve
il tuo rozzo stelo verde,
e nacquero
le tue foglie come spade nell'orto,
la terra accumulò il suo potere
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come in Afrodite il mar remoto
duplicò la magnolia
innalzando i suoi seni,
così ti fece,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
brillare,
costellazione costante,
rotonda rosa d'acqua,
sopra
la tavola
della povera gente.
Generosa
disfi
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
fervente della pentola,
e la parete di cristallo
al calore acceso dell'olio
si trasforma in arricciata penna d'oro.

Anche ricorderò come feconda
la tua influenza l'amor dell'insalata,
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti fine forma di grandine
a celebrare la tua chiarità sminuzzata
sugli emisferi di un pomodoro.
Ma alla portata delle mani del popolo,
innaffiata di olio,
spolverata
con un po' di sale,
uccidi la fame
dell'operaio nella dura strada.
Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura
come seme d'astro,
e nel tagliarti
il coltello in cucina
sale l'unica lacrima
senza pena.
Ci hai fatto piangere senza affliggerci.

Io ho cantato quanto esiste, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle penne abbaglianti,
sei per i miei occhi
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone niveo,
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

(Neruda, Ode alla cipolla) 


domenica 5 giugno 2016

Prima del due?




L'analisi del materialismo, cioè del "più conseguente fra i sistemi filosofici che partono dall'oggetto", serve a Schopenhauer a mostrare "la mutua inseparabile dipendenza (in seno alla loro inevitabile contrapposizione) fra il soggetto e l'oggetto: e questa conoscenza ci conduce a ricercare l'essenza intima del mondo non più in uno dei due elementi della rappresentazione, ma piuttosto in qualcosa di essenzialmente diverso dalla rappresentazione, e che non sia contaminato da questa originaria, essenziale, e perciò insolubile contraddizione".

Poco dopo Schopenhauer afferma:"Il mio procedimento differisce del tutto dai due opposti errori: io non parto né dall'oggetto né dal soggetto, ma dalla rappresentazione come primo fatto di coscienza, la cui forma prima ed essenziale è la divisione in oggetto e soggetto."

(Il mondo come volontà e rappresentazione, ed. Mursia 1969, pp 68-71)
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Prima di rappresentarmi il mondo disteso nel tempo e nello spazio e nella interdipendenza tra i fenomeni, la "forma prima ed essenziale" delle mie rappresentazioni è, per Schopenhauer, la "divisione", distinzione tra me e mondo - e non tanto tra me corpo e mondo, quanto tra me-soggetto e mondo: infatti, come soggetto, per Schopenhauer conosco anche il mio corpo come parte del mondo, sottoposto alle stesse forze fisiche universali.
E poiché dice che per arrivare all'intima essenza della realtà non parte né dall'oggetto né dal soggetto, Schopenhauer indietreggia dal mondo, dal proprio corpo come parte del mondo, e infine anche da sé come soggetto (in quanto tale distinto dal mondo-oggetto ma in inseparabile reciproca dipendenza).
Cioè il viaggio mentale che altri hanno compiuto all'esterno, dalle manifestazioni della realtà esterna verso la "cosa in sé", lui lo compie verso l'interno. Ciò che può solo essere un ragionamento applicato alla realtà esterna, può essere altro se si va all'interno di se stessi, al prima della prima rappresentazione del mondo che separa il soggetto dall'oggetto?

sabato 4 giugno 2016

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Prima che il primo occhio si aprisse sul mondo

"Sole e pianeti, senza un occhio che li veda e un intelletto che li conosca, sono parole che si possono ben pronunziare, ma rappresentativamente non sono più intelligibili che un sideroxylon.(*)

Tuttavia, lo studio della natura ci forza a ritenere con certezza che nell'ordine cronologico ogni stato di organizzazione superiore della materia sia stato preceduto da uno stato meno perfetto, che gli animali siano esistiti prima dell'uomo, i pesci prima degli animali terrestri, le piante prima dei pesci: in una parola, il regno inorganico fu prima dell'organico.
La materia primitiva dovette dunque attraversare una lunga serie di trasformazioni prima che il primo occhio si fosse potuto aprire. E tuttavia l'esistenza del mondo intero dipende pur sempre da questo primo occhio che si aprì, fosse pure quello di un insetto.
Quest'occhio infatti è l'intermediario indispensabile della conoscenza, per la quale e nella quale soltanto il mondo può avere una realtà, e senza la quale è assurdo il solo pensarlo, poiché il mondo non è altro che rappresentazione, e come tale ha bisogno del soggetto conoscente quale sostegno della sua esistenza.

Noi vediamo dunque da un lato che l'esistenza del mondo intero dipende dal primo essere intelligente per quanto imperfetto, e dall'altro che questo primo essere intelligente dipende a sua volta necessariamente da una lunga catena anteriore di cause ed effetti in cui rientra esso stesso come un piccolo anello.

Queste due concezioni contradditorie, a ciascuna delle quali noi siamo con pari necessità ricondotti, hanno soluzione nella considerazione che il tempo, lo spazio e la causalità  appartengono soltanto ai fenomeni di cui sono la forma non alla loro intima essenza.
Cioè il mondo oggettivo, il mondo come rappresentazione, non è l'unico aspetto dell'universo, ne è la sola faccia esteriore, ma il mondo ha pure un'altra faccia, diversa essenzialmente dalla prima, e che ne costituisce l'intima essenza, il nocciolo vero, che noi, attenendoci alla più immediata delle sue aggettivazioni, chiameremo volontà.

Il mondo come rappresentazione comincia il giorno in cui si apre il primo occhio: senza quest'occhio, cioè fuori della conoscenza, non ci fu nessun tempo, nessun prima, e tuttavia non si può dire che il tempo abbia perciò avuto un inizio, mentre invece ogni inizio è contenuto nel tempo."


(Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

* Ferro di legno, o legno di ferro.

giovedì 2 giugno 2016

Dare ai saggi dell'India quel che è dei saggi dell'India

"Nessuna verità è più certa, più assoluta, più lampante di questa: tutto ciò che esiste per la conoscenza, e cioè il mondo intero, non è altro che l'oggetto in rapporto al soggetto, la percezione per il percipiente, in una parola: rappresentazione. Questa verità è tutt'altro che nuova."
Era già implicita, scrive Schopenhauer, nelle considerazioni degli scettici, da cui procede la filosofia di Cartesio; Berkeley fu il primo a formularla espressamente, e...
E qui, cioè da subito, nella pagina iniziale de "Il mondo come volontà e rappresentazione",  Schopenhauer riconosce il suo debito al pensiero orientale, in particolare alle Upanishad, dalla cui acutezza e profondità fu affascinato e convinto: la verità che il mondo è rappresentazione del mondo era saputa "sin dall'antichità più remota dai saggi dell'India" .
Ma non c'è solo questo aspetto del rapporto tra mondo e percezione a indurre Schopenhauer ad essere riconoscente ai "saggi dell'India". In una delle prefazioni aveva scritto che il suo intento era quello di comunicare una sola, semplice idea - di cui il fatto che il mondo sia una nostra percezione è solo un aspetto seppur fondamentale - ma che poi per farlo, per esporre questa sola idea, ne era nato il libro impegnativo che il lettore aveva ora il compito di leggere. Ebbene - non ricordo che lui lo dica, lo aggiungo io - questa semplice, unica idea, che è il nucleo centrale di tutto il libro schopenhaueriano, è contenuta, chiaramente ripetuta, nelle Upanishad: comprensibile dunque il riconoscimento di Schopenhauer, ma vista la collocazione di questo riconoscimento, cioè all'apertura della sua opera, è legittima l'attesa di un confronto e una convergenza tra pensiero occidentale e pensiero orientale nell'esposizione e nelle proposte di soluzione di alcuni dei temi e problemi fondamentali del pensiero umano.

mercoledì 1 giugno 2016

Né il sole né la terra

"Il mondo è una mia rappresentazione": ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante, benché l'uomo possa soltanto venirne a conoscenza astratta e riflessa. E quando l'uomo sia venuto di fatto a tale coscienza, lo spirito filosofico è entrato in lui. Allora, egli sa con chiara certezza di non conoscere né il sole né la terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, e una mano che sente il contatto di una terra...

Inizia così "Il mondo come volontà e rappresentazione". Deve essere questo inizio che mi ha catturato la prima volta che lo ho letto. E che ancora mi cattura.