venerdì 26 giugno 2015

Tatuntas

Usando il termine schopenhaueriano "Volontà" al posto di "Tat" in questo passo:

Avendo capito che posso conoscere il mondo soltanto mediante rappresentazioni percettive "... Come potrei io giungere a intendere la Volontà? Risplende, brilla?"
"In Essa non brilla il sole, né la luna e le stelle, non i lampi e tantomeno il fuoco: tutto risplende quando Essa risplende, tutto questo universo risplende della sua luce."

(Katha Upanishad, cap 2 par 5, Upanishad vediche, Tea 1988, p 309)

Genzano, Olmata


domenica 21 giugno 2015

Corri uomo, corri


"Come l'acqua caduta in una zona impervia si disperde per le montagne, così colui che vede molteplici i fattori dell'esistenza si perde dietro di essi."

(Katha Upanishad, cap 2 par 4, Upanishad vediche, Tea 1988, p 307)

mercoledì 17 giugno 2015

Genzano, Infiorata


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Sangue celeste

"Nel mondo celeste non esiste paura: tu, Morte, non ci sei, né si teme per la vecchiezza. Superate sia la fame che la sete, vinta l'angoscia, si gode nel mondo dei cieli."

(Katha Upanishad, cap 1 par 12, Upanishad vediche, Tea 1988, p 298)

Superate sia la fame che la sete, vinta l'angoscia per le malattie, per la vecchiezza, per la morte, vinta pure l'angoscia per le inevitabili separazioni dalle persone amate e le inevitabili relazioni con persone non amate, me la posso cavare, e posso anche godere, qui sulla terra - del resto, uno dei punti nodali delle Upanishad è l'identità d'essere del Sé individuale con il Sé universale, per cui non posso che ravvisare qui il suggerimento di raggiungere e coltivare il proprio interno mondo dei cieli.

lunedì 15 giugno 2015

Genzano, Infiorata

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Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


domenica 14 giugno 2015

Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


Genzano, Infiorata


giovedì 11 giugno 2015

Isa, Ghandi, Paolo, Arturo, e tu


Leggo in una delle note di Carlo Della Casa che questa Isa Upanishad era un riferimento per Ghandi, e che un pensiero simile a quello qui espresso fu poi ripreso nelle Epistole dei Corinzi – pensiero simile, non proprio identico, per un paio di differenze caratteristiche tra mondo induista e mondo giudaico-cristiano.
Nella prima strofa della Upanishad si dice che "Il Signore abita tutto ciò che si muove."
Per Ghandi era uno stimolo alla fratellanza universale. 
Nelle Epistole similmente, ma 
- prima differenza: per "Signore" nell'induismo s'intende il Sé universale, l'Uno di cui tutto è manifestazione, senza una creazione e con una assoluta identità tra la signorilità individuale e quella universale; 
- seconda differenza: "tutto ciò che si muove" per gli induisti include anche gli animali, mentre per i giudaico-cristiani il "tempio del Signore" accoglie soltanto gli umani - differenza, questa, che contribuiva a rendere Schopenhauer sprezzante sulla qualità morale della cultura giudaico-cristiana e in generale scettico sulla stessa possibilità di una morale che non abbia alla base la compassione senza mediazioni di pensiero verso tutti gli esseri viventi, “fratelli animali” necessariamente compresi.

mercoledì 10 giugno 2015

Sei solo un ignorante?

Chi si ferma alla conoscenza che distingue le cose una dall'altra, le azioni una dall'altra, per cui se devo andare a destra vado a destra e non a sinistra, Maria è Maria e non Mario, se sta per piovere mi porto l'ombrello e così via - chi si ferma alla conoscenza con la quale si fanno figli, si compie lavoro, si costruiscono strumenti e si sa come usarli, si fanno case, strade, ponti, guerre e computers - chi si ferma alla conoscenza di quando siamo svegli e in rapporto vedente con la realtà - chi si ferma a questa conoscenza è ignorante, secondo la Upanishad che sto leggendo.

Solo chi "... riconosce nel proprio Sé tutte le creature, e in tutte le creature vede il proprio Sé", chi capisce che tutto è Uno, sa, ha la vera conoscenza.

Ma mica erano scemi, questi delle Upanishad! Anzi...

"Precipitano in cieche tenebre coloro che credono nell'ignoranza e in tenebre ancora più fitte coloro che soltanto della conoscenza si compiacciono. Colui che ben conosce contemporaneamente entrambe, conoscenza e ignoranza, giunto fino alla morte con l'ignoranza, con la conoscenza ottiene l'immortalità."

(Isa Upanishad, par. 1-11, Upanishad vediche, Tea 1988, pp 291-292)

Con le precisazioni già espresse sulla immortalità, mi piace molto. Lo ripeto in grassetto:

"Precipitano in cieche tenebre coloro che credono nell'ignoranza e in tenebre ancora più fitte coloro che soltanto della conoscenza si compiacciono. 
Colui che ben conosce contemporaneamente entrambe, conoscenza e ignoranza, giunto fino alla morte con l'ignoranza, con la conoscenza ottiene l'immortalità."

martedì 9 giugno 2015

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Il lampo degli inizi

L'atto intuitivo mediante il quale avviene la conoscenza del Sé individuale, e con ciò l'atto intuitivo mediante il quale avviene la conoscenza del Sé universale "... s'annuncia come fa il lampo: rifulge, si battono le palpebre, mentre risuona un grido di sorpresa."
L'intima essenza dell'universo "... viene intuita come quando qualcosa viene per così dire in mente per cui torna il ricordo e si ha all'improvviso il balenar di un'idea."

(Kena Upanishad, cap. 1 par.3, Upanishad vediche, Tea 1988, p 288)

lunedì 8 giugno 2015

Io non credo di conoscerlo bene

"Io non credo di conoscerlo bene e neppure posso affermare di non conoscerlo"

"Chi di noi sa questo lo conosce. Non lo conosce invece chi dice: - Non lo conosco. Esso è conosciuto da chi non lo concepisce con il pensiero: chi lo concepisce con il pensiero non lo conosce. Ciò che è ignoto a coloro che usano la conoscenza distintiva è conosciuto da coloro che di essa non si servono."


Le precisazioni sono ovvie: chi pensa soltanto con il pensiero "distintivo", verbale, logico, non conosce la realtà che è al di fuori di questo tipo di pensiero o che viene congelata, frammentata, perduta con il fatto stesso di essere inclusa in questo tipo di pensiero.
Ciò che è ignoto a chi usa soltanto la conoscenza "distintiva" può essere invece conosciuto da chi oltre questa conoscenza usa anche un altro tipo di conoscenza. Infatti:

"Esso può essere conosciuto quando sia stato concepito per intuizione: allora si raggiunge l'immortalità. Con lo sprofondarsi in se stessi si acquista la capacità di conoscere, e con la conoscenza s'acquista l'immortalità."

Chiara l'indicazione dell'intuizione come forma di pensiero che permette la conoscenza di realtà che sfuggono al pensiero verbale-razionale-logico-positivista o vengono necessariamente alterate da esso (forse la parola poetica è l'unica che può parlarne senza disintegrarle, ma non è detto).
Meno immediatamente accettabile - per me e credo non solo - è il raggiungimento dell'immortalità grazie all'intuizione: intuisco che mi piacerebbe, ma difetto in fede cieca, e se la fede è solo cieca, allora difetto assai in fede.

Ma credo di non esserne del tutto privo, e cerco qui un luogo dove indirizzarla, la mia fede a occhi aperti, e lo trovo in una dimensione che considero possibile nella veglia mediante l'immersione nel qui ed ora libero da memorie e desideri, e probabile nel sonno e anche nel sogno, là dove una specie di immortalità la conosco perché la ho incontrata più volte in persone e animali vivi che nella realtà della veglia sono invece morti da tempo - sono morti da tempo per il pensiero verbale-razionale-logico-positivista, ma non per il pensiero puramente intuitivo, che può essere assimilabile a quello del sogno?

Lo vedo, lo so, di essere mortale, e provo molto dolore per l'assenza irrecuperabile di umani e animali che ho amato. Assenza irrecuperabile: non credo in una continuazione della vita individuale, e io vorrei che proprio quegli individui non fossero morti qui ed ora. Questo pensiero, questo modo di sentire, pensare e sapere della realtà, lo considero prezioso, anzi: necessario. Inevitabile, e necessario per sapere della realtà.

Capisco tuttavia che la mia stessa vita individuale mi è possibile perché in me vive un altro tipo di pensiero, un altro modo di sapere della realtà, e che in questo altro modo di conoscenza l'immortalità non è soltanto l'effetto e il nome di una illusoria onnipotenza delirante. Forse, è più una atemporalità che una immortalità, ma poiché è la condizione di atemporalità in un vivente, questo vivente in essa condizione atemporale non ha inizio e non ha fine, soltanto scorre.

(solo il corsivo: Kena Upanishad, cap. 1 par. 1, Upanishad vediche, Tea 1988, p 286)

domenica 7 giugno 2015

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Roma, Castani in fiera


Questo sì che è un test di intelligenza!

"E' ciò che non può essere espresso con la parola ed è ciò per mezzo del quale la parola viene espressa.
E' ciò che non può essere pensato con il pensiero ed è ciò per mezzo del quale il pensiero viene pensato.
E' ciò che non può essere visto dall'occhio ed è ciò per mezzo del quale gli occhi vedono.
E' ciò che non può essere ascoltato con l'orecchio ed è ciò per mezzo del quale l'ascolto si realizza.
E' ciò che non respira con il respiro ed è ciò per mezzo del quale si respira."

"Io non credo di conoscerlo bene e neppure posso affermare di non conoscerlo"

"Chi di noi sa questo lo conosce. Non lo conosce invece chi dice <Non lo conosco>."


(Kena Upanishad, cap. 1 par. 1, Upanishad vediche, Tea 1988, pp 285-6)

sabato 6 giugno 2015

Is ea id

"L'occhio non vi giunge, non vi giunge la parola e neppure il pensiero."

- Allora non ne sappiamo niente: problema risolto. Una cosa che non può essere percepita, non può essere detta, non può essere pensata, semplicemente non è.
- E no! E', certamente è, ma non la puoi percepire, non ne puoi parlare, non la puoi pensare.
- Ma se non ne puoi parlare, tu che stai facendo?
- Sto parlando dei suoi confini ai suoi confini, per quello che mi permettono le percezioni, la parola, il pensiero, ti indico l'area di esistenza, ma con questi strumenti non posso sapere di una realtà che è al di fuori della percezione e della memoria, al di fuori del tempo e dello spazio: con questi strumenti posso parlare con te da sveglio e in piena coscienza, ma non posso accedere alla realtà che pure è nell'universo tutto e in me, in te, in ognuno e in ogni cosa.

"Esso è diverso da ciò che è conosciuto e anche è al di là di ciò che è ignoto."

(solo le parti in corsivo: Kena Upanishad, cap. 1 par. 1, Upanishad vediche, Tea 1988, pg 285)

venerdì 5 giugno 2015

Tutto al più

Tutt'al più posso chiudere gli occhi. Ma se li apro, gli occhi vedono. A palpebre sollevate non posso impedire agli occhi di vedere: è la loro natura, la loro "volontà" intrinseca, la loro essenza - "volontà" di cui la struttura fisica occhio è manifestazione funzionale. E per tutto l'organismo vale la stessa "volontà" di esistenza funzionale ad esistere, la "volontà di vivere" - se alzo le palpebre dell'organismo, se respiro io vivo: questa è la "volontà" insita nel mio corpo, e se mi guardo intorno vedo che che non è solo "volontà" del mio corpo, capisco con evidenza immediata che è la stessa "volontà" delle altre persone intorno a me, e perché no? anzi sicuramente sì degli animali, e delle piante, e - posso immaginare - del mondo tutto, anche delle cose inanimate, apparentemente inanimate, che non hanno certamente la nostra "volontà di vivere", ma sono parte di un andar di luna e di sole e di stelle infinite - la "Volontà" del mondo, l'andare di massa energetica anche della pietra.

Questo, all'incirca, il suggerimento di pensiero di Schopenhauer sulla nostra realtà e, quindi, sulla realtà tutta: ciò che avviene in me, l'insieme di percezioni di me nel mondo - di me percepisco sia l'essere interno che l'essere esterno: vedo le mie mani che scrivono sulla tastiera mentre le sento essere da dentro, e come io le vedo le vedono anche gli altri ma come io le sento da dentro è solo cosa mia anche se posso immaginare che sia anche esperienza degli altri con le proprie mani - ciò che avviene in me, la percezione del mio essere da fuori e da dentro, mi permette di avere una sensazione dell'andare della "volontà" di cui sono manifestazione. Mi permette di avere un qualche avvertimento dell'in sé degli altri, e per estensione dell'in Sé del mondo.

L'indicazione di questo "in sé" è continua nelle Upanishad - il "Sé" di ogni essere vivente, considerato realizzazione, manifestazione, del "Sé" dell'universo.

"Per il comando di chi, per la spinta di chi vola il pensiero? Per le arti di chi il respiro per primo si muove? Per il volere di chi viene pronunciata la parola? E qual dio domina la vista e l'udito?"

(Kena Upanishad, cap. 1 par. 1, Upanishad vediche, Tea 1988, pg 285)

mercoledì 3 giugno 2015

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Senti chi parla

"Non bisogna cercare di conoscere la parola: bisogna arrivare a conoscere chi parla"

Direi: non fermarsi alla conoscenza della parola, ciò che viene nominato, indicato, detto, ma arrivare anche a conoscere chi parla.
E questo "chi" parlante non è nelle Upanishad il soggetto individuale manifesto, percepibile con sguardo limitato all'evidenza attuale: non è Tizia o Caio - già così l'indicazione sarebbe utilizzabile: non ti fermare a ciò che viene detto, non ti fermare alla parola, ma cerca di conoscere chi parla - ma, ripeto, non è questo il senso di quel "chi parla", va oltre Tizia o Caio, va oltre qualsiasi individualità.

Quel "chi parla" va verso quella forza universale, quel Sé sovraindividuale di cui ogni individuo è la realizzazione, la manifestazione. Ciascuno di noi è una evidenza del movimento, dell'andare inarrestabile dell'energia nella materia, o  meglio dell'energia-materia, che tra infinite possibilità casuali ha realizzato se stessa nell'attrazione sessuale tra i due individui che si sono uniti per dare inizo ad una nuova vita, la nostra - la mia, la tua: così ha "voluto" "chi parla".

E quando uso la parola, quando parlo sto quasi sempre, alla fin fine, facendo ciò che serve per il mantenimento della mia vita, o per l'unione da cui ne può nascere un'altra. Cioè, alla fine, anche se molto indirettamente, sto facendo il discorso di "chi parla" in me, la mia parola è uno strumento del suo discorso, del suo essere, del suo movimento universale - "chi parla" in me come in ciascuno, è lo stesso parlatore per tutti.

Quando uso la parola come in questo momento sto anche cercando di "arrivare a conoscere chi parla", e per Schopenhauer, il grande amante delle Upanishad, quando la "Volontà" diventa consapevole di se stessa, quando non è più soltanto la forza inconscia che tutto muove senza essere vista da chi le ubbidisce ciecamente, si apre la possibilità, unicamente umana, di contrapporsi alla esecuzione totalmente impulsiva del discorso di "chi parla" - non con l'arresto del flusso vitale di cui sono espressione, poiché il suicidio è per Schopenhauer il massimo della schiavitù alla "Volontà" di "chi parla", bensì con l'astensione, l'astinenza, l'ascesi, la contrapposizione consapevole alla affannosa e inutile rincorsa verso un appagamento mai davvero raggiungibile - una soluzione tipica della cultura induista, buddhista e poi dei mistici cristiani, diversa dalla soluzione tipica della cultura greca, che con "chi parla" ci si mette a parlare con tutti i rischi dell'illusione e della sconfitta.

(Kausitaki Upanishad, Upanishad vediche, cap. 3 par. 8, Tea 1988, pag.277)