sabato 29 novembre 2014

Irrazionalità della virtù

"Sulla virtù, ossia sulla bontà dell'animo, i dogmi astratti non hanno in realtà nessun effetto: non la turbano i falsi dogmi, e difficilmente la favoriscono i veri.

E sarebbe d'altronde gran male se la cosa più importante dell'umana vita, il suo valore etico, dipendesse da elementi il cui acquisto è tanto soggetto al caso, come sono i dogmi religiosi o filosofici. 


I dogmi hanno per la moralità questo semplice valore: che in essi chi è già virtuoso, per una conoscenza diversa da quella astratta comunicabile con le parole, trova uno schema, un formulario, secondo il quale rende conto alla propria ragione degli atti non egoistici da lui compiuti, conto il più delle volte immaginario, poiché di quegli atti la ragione non comprende l'essenza. E di tal conto egli ha abituato la ragione a contentarsi."


(Schopenhauer, Il mondo)

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La ruota di Juggernaut


"Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo lo assoggettano a un dispotismo odioso nella maniera più meschina, trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale.

(Marx, Il capitale)
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Juggernaut è un termine inglese di origine sanscrita (Jagannath) per definire una forza di qualsiasi natura considerata inarrestabile e distruttiva. (Treccani)
E’ uno dei molti nomi della divinità Krishna nelle antiche scritture dell'India. Uno dei più famosi templi è quello di Jagannath, nel quale si tiene una processione annuale che trasporta  le statue del tempio su carri che travolgevano i fedeli che si gettavano sotto le ruote come atto di devozione verso l'idolo che vi era trasportato. (riassunto da Wikipedia)

venerdì 28 novembre 2014

Velle non discitur

"E' vero che la virtù proviene dalla conoscenza, ma non da quella astratta, comunicabile per mezzo di parole. Se così fosse, la si potrebbe insegnare, ma non è affatto così. Conferenze sulla morale o prediche non  fabbricano un virtuoso, più di quanto tutte le estetiche, a cominciar da quella d'Aristotele, abbiano mai fabbricato un poeta. Non si impara a volere."

(Schopenhauer, Il mondo)

Roma


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giovedì 27 novembre 2014

Lo zucchero non è il prezzo dello zucchero

“La proprietà di denaro, mezzi di sussistenza, macchine ed altri mezzi di produzione non imprime ancora all’uomo il marchio del capitalista, quando manchi il complemento, cioè l’operaio salariato, l’altro uomo che è costretto a vendersi volontariamente. Il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose. (…) I mezzi di produzione e di sussistenza, quando sono proprietà del produttore immediato, non sono capitale. Diventano capitale solo in condizioni in cui servano contemporaneamente anche come mezzi per sfruttare e dominare l’operaio. Ma nella testa dell’economista politico quest’anima capitalistica dei mezzi di produzione è così intimamente coniugata con la loro sostanza materiale ch’egli li chiama capitale in ogni circostanza, anche se sono proprio il contrario. (*)

(*) «Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di cotone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determinate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste condizioni essa non è capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non è il prezzo dello zucchero… Il capitale è un rapporto sociale di produzione. È un rapporto storico di produzione».  (K.Marx, Lohnarbeit und Kapital. Neue Rheiuische Zeitung, n. 266, 7 aprile 1849).”


(Marx, Il capitale)

mercoledì 26 novembre 2014

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Qui-lì

"Una morale senza fondamento, ossia un semplice moraleggiare, non può aver effetto, perché non fornisce motivi. Ma una morale che dia motivi, può farlo solo con l'agire sull'amore di sé. Ed il frutto di codesto amore non ha alcun valore morale. 

Ne deriva che per via della morale, e della conoscenza astratta in genere, non può essere prodotta nessuna genuina virtù, bensì questa deve provenire dalla conoscenza intuitiva, la quale riconosce nell'individuo estraneo l'essenza medesima che è in noi stessi."


(Schopenhauer, Il mondo)

Qui Londra

“Il primo posto per gli alloggi sovraffollati o per gli alloggi assolutamente inadatti ad esseri umani è occupato da Londra. (…) Anche la parte della classe operaia che sta meglio, insieme coi piccoli bottegai e ad altri elementi della piccola classe media, a Londra viene colpita sempre più dalla maledizione di queste indegne condizioni di alloggio, nella misura in cui progrediscono i «miglioramenti» e con questi la demolizione di vecchie strade e case, nella misura in cui aumentano le fabbriche e l’afflusso di uomini nella metropoli e infine salgono le pigioni insieme colla rendita fondiaria della proprietà urbana. «Le pigioni sono salite così eccessivamente che pochi operai possono pagare più di una stanza» (*)”

(*) Report of the Officer of Health of St. Martin’s in the Fields. 1865


(Marx, Il capitale)

Roma


martedì 25 novembre 2014

I milioni dei poveri

"I milioni d'anni delle continue rinascite sussistono in verità soltanto nel pensiero concettuale, come soltanto in esso esistono tutto il passato ed il futuro: il tempo è realmente pieno, la forma del fenomeno è solo il presente, e per l'individuo il tempo è sempre nuovo: egli si ritrova sempre come nato allora. La vita è inseparabile dalla volontà di vivere, e sua unica forma è l'adesso."

(Schopenhauer, Il mondo)

Quale uomo?

"La legge della produzione capitalistica, che sta alla base della pretesa «legge naturale della popolazione», si riduce semplicemente a questo: il rapporto fra capitale, accumulazione e saggio del salario non è altro che il rapporto fra il lavoro non retribuito trasformato in capitale e il lavoro addizionale richiesto dal movimento del capitale addizionale.
Non si tratta dunque affatto di un rapporto fra due grandezze indipendenti fra di loro, da una parte la grandezza del capitale e dall’altra il numero della popolazione operaia, si tratta bensì in ultima istanza solo del rapporto fra il lavoro non retribuito e quello retribuito di una medesima popolazione operaia.

Se la quantità deI lavoro non retribuito, fornito dalla classe operaia e accumulato dalla classe dei capitalisti, cresce con rapidità sufficiente perchè si possa trasformare in capitale solo con un’aggiunta straordinaria di lavoro retribuito, il salario cresce, e, supponendo eguali tutte le altre circostanze, il lavoro non retribuito diminuisce in proporzione. Ma non appena questa diminuzione tocca il punto in cui il pluslavoro che alimenta il capitale non viene più offerto in quantità normale, subentra una reazione: una parte minore del reddito viene capitalizzata, l’accumulazione viene paralizzata e il movimento dei i salari in aumento subisce un contraccolpo.

L’aumento del prezzo del lavoro rimane dunque confinato entro limiti che non solo lasciano intatta la base del sistema capitalistico, ma assicurano anche la sua riproduzione su scala crescente.

La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà solo il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio.

Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano."


(Marx, Il capitale)

lunedì 24 novembre 2014

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L'ottimismo umanista di Schopenhauer

"Per quanto fitto sia il velo che avvolge l'animo del malvagio, per quanto sia chiusa la sua prigionia nell'individualità separata che gli fa ritenere la propria persona come distinta assolutamente e separata dagli altri da un ampio abisso, si agita tuttavia nell'intimo della sua coscienza l'occulta sensazione che un siffatto ordine di cose sia nondimeno nient'altro che fenomeno, e che in sé le cose stiano diversamente. 

Anche se tempo e spazio lo dividono dagli altri individui e dai tormenti inenarrabili che essi soffrono, anzi per cagion sua soffrono, anche se vede costoro come affatto stranieri a lui medesimo, tuttavia è l'unica volontà di vivere che in essi tutti si palesa e che, se stessa disconoscendo, contro sé volge le proprie armi, e mentre cerca per uno un maggiore benessere infligge a un altro il maggior dolore. E l'uomo malvagio è per l'appunto codesta volontà tutta intera, sì che viene a essere non solo il tormentatore, ma anche il tormentato, dal cui dolore egli è separato e si crede libero solo mediante un sogno illusorio che ha per forma il tempo e lo spazio.

Ma il sogno svanisce, ed egli, per forza della verità, deve il piacere pagare col dolore: soltanto per la conoscenza individuale, soltanto per la individualità separata nel tempo e nello spazio sono distinte possibilità e realtà, lontananza e vicinanza. È questa la verità che miticamente viene espressa dalla dottrina della migrazione delle anime, ma la sua espressione più pura la ha  in quell'angoscia oscuramente sentita, eppure inconsolabile, che si chiama rimorso.


Inoltre, l'interno orrore del malvagio per la sua propria azione, orrore che egli cerca di celare a se stesso, contiene, oltre quel vago sentimento della pura apparenza della distinzione che mette tra lui e gli altri, contiene, dico, in pari tempo anche la cognizione della violenza della propria volontà, dell'impeto con cui questa ha ghermito la vita, e l'ha succhiata. Questa vita di cui egli vede la faccia orrenda nell'angoscia di chi è da se stesso oppresso: egli sente fino a qual punto sia in potere della vita, e quindi anche degli innumerevoli dolori che a questa sono connaturati, avendo essa infinito tempo e infinito spazio per cancellare il divario tra possibilità e realtà, e tutti i mali da lui per ora soltanto conosciuti convertire in mali provati."


(Schopenhauer, Il mondo)

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La favola delle api

"Così Bernard de Mandeville ai primi del secolo XVIII:
«Là dove la proprietà è sufficientemente difesa, sarebbe più facile vivere senza denaro che senza poveri, giacché chi farebbe il lavoro? Allo stesso modo che i lavoratori devono essere protetti contro la morte per fame, essi non dovrebbero ricevere nulla che valga di essere risparmiato. Se qua e là qualcuno della classe infima si eleva, in virtù di un’assiduità straordinaria e di uno stringere la cintola, al di sopra delle condizioni in cui è cresciuto, nessuno deve ostacolarlo; anzi è innegabilmente il piano più saggio per ogni privato, per ogni famiglia singola della società, essere frugale; ma è interesse di tutte le nazioni ricche che la gran maggioranza dei poveri non sia mai inattiva, e che pur tuttavia spenda costantemente quello che intasca... Coloro che si guadagnano la vita con il loro lavoro quotidiano, non hanno nulla che li stimoli ad essere servizievoli se non i loro bisogni che è saggezza alleviare, ma sarebbe follia curare. L’unica cosa che possa rendere assiduo l’uomo che lavora è un salario moderato. Un salario troppo esiguo lo rende a seconda del suo temperamento o pusillanime o disperato, un salario troppo cospicuo lo rende insolente e pigro...
Da quanto è stato svolto sin qui consegue che in una nazione libera in cui non siano consentiti gli schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi. Prescindendo dal fatto che essi sono la fonte d’offerta mai esaurita per la flotta e per l’esercito, senza di essi non vi sarebbe godimento, e il prodotto di nessun paese sarebbe valorizzabile. Per rendere felice la società (composta naturalmente di coloro che non lavorano) e per render il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera. Le cognizioni aumentano e moltiplicano i nostri desideri, e quanto meno un uomo desidera, tanto più facilmente i suoi bisogni potranno essere soddisfatti» (*)

(*) De Mandeville, The Fable of the Bees: «Una vita moderata e il lavoro costante sono per il povero la strada della felicità materiale (con il quale termine egli intende dire la giornata lavorativa più lunga possibile e la minor quantità possibile di mezzi di sussistenza) e della ricchezza per lo Stato (ossia per i proprietari fondiari, i capitalisti e i loro dignitari ed agenti politici) »"

(Marx, Il capitale)

domenica 23 novembre 2014

Roma


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Schopenhauer: genesi della crudeltà

"L'uomo paragona sempre l'effettivo appagamento della sua volontà con quello, solamente possibile, che la conoscenza gli pone davanti agli occhi. Da ciò nasce l'invidia: ogni privazione viene infinitamente esasperata dall'altrui godimento, e sollevata dal sapere che anche altri patiscono la privazione medesima.

I mali a tutti comuni, e dalla umana vita inseparabili, poco ci turbano: e similmente quelli che al clima, al paese tutto appartengono. Il ricordo di mali maggiori, che non siano i nostri, placa il dolore di questi: attenua i nostri la vista dei dolori altrui. 


Ora, un uomo preso da un estremo impeto della volontà, con ardente cupidigia vorrebbe tutto abbracciare per spegnere la sete dell'egoismo; ma intanto, com'è fatale, deve sperimentare che ogni appagamento è illusorio, né il bene conseguito mai corrisponde a ciò che il bene desiderato prometteva, ossia il definitivo cessare della rabbiosa sete; perché invece il desiderio con l'appagamento non fa che mutar di forma, e in forma nuova torturare ancora; anzi da ultimo, quando tutte le forme sono esaurite, la sete della volontà pur senza aspirazione consapevole permane, manifestandosi come sentimento della più atroce desolazione e del vuoto universale.

Tutto questo, che nei gradi ordinari della volontà produce un grado ordinario di turbamento dell'animo, invece in colui che è fenomeno della volontà spinto fino all'aperta cattiveria sviluppa  un'estrema tortura intima, eterna inquietudine, insanabile dolore. Allora costui cerca in modo indiretto quel sollievo che non può raggiungere in modo diretto, ossia cerca di lenire il male suo con la vista dell'altrui, che egli in pari tempo vede come una manifestazione della propria forza. Altrui dolore gli diviene scopo in se stesso, è uno spettacolo nel quale egli esulta: e così nasce il fenomeno della vera e propria crudeltà, della sete di sangue, che la storia tanto spesso ci mostra."


(Schopenhauer, Il mondo)

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Il ruotone di Higgs

“Solo in quanto è capitale personificato, il capitalista ha valore storico e possiede quel diritto storico all’esistenza che non avrebbe data. Solo in quanto egli è capitale personificato, la sua propria necessità transitoria è insita nella necessità transitoria del modo di produzione capitalistico; ma i motivi che lo spingono non sono il valore d’uso o il godimento, bensì il valore di scambio e la moltiplicazione di quest’ultimo
Come fanatico della valorizzazione del valore egli costringe senza scrupoli l’umanità alla produzione per la produzione, spingendola quindi a uno sviluppo delle forze produttive sociali e alla creazione di condizioni materiali di produzione che sole possono costituire la base reale d’una forma superiore di società il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo. 
Il capitalista è rispettabile solo come personificazione del capitale; in tale qualità condivide l’istinto assoluto per l’arricchimento proprio del tesaurizzatore. Ma ciò che in costui si presenta come mania individuale, nel capitalista è effetto del meccanismo sociale, all’interno del quale egli non è altro che una ruota dell’ingranaggio.”

(Marx, Il capitale)

sabato 22 novembre 2014

Roma


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La conchiglia di Calatrava


Roma


Roma


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venerdì 21 novembre 2014

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Roma


Religiosi scannatoi

"Ciò che dà gran forza a ogni dottrina religiosa, il punto d'appoggio col quale essa prende fermo dominio sugli spiriti, è esclusivamente il suo lato etico, non direttamente come tale, bensì nell'essere collegato e intrecciato col rimanente dogma mitico proprio di ciascuna dottrina religiosa, per cui sembra spiegabile solo per mezzo di quest'ultimo. Così, sebbene il significato etico delle azioni non sia affatto da spiegarsi razionalmente, ogni mito segue questa via e i credenti tengono il valore etico della condotta ed il suo mito come del tutto inseparabili, anzi come tutt'uno; ed ogni offesa fatta al mito tengono come offesa alla giustizia e alla virtù.

Questo fatto va così lontano che nei popoli monoteisti l'ateismo, ossia l'assenza di religione, è diventato sinonimo d'assenza di ogni moralità. Ai preti sono ben graditi codesti scambi di concetti per effetto dei quali potè sorgere quell'orribile mostro che è il fanatismo, e dominare non soltanto singoli individui ma popoli interi, e da ultimo, cosa che per l'onore dell'umanità è accaduta una volta sola nella sua storia, incarnarsi nell'Inquisizione. La quale, da notizie sicure, nella sola Madrid in 300 anni fece morire 300.000 persone tra i tormenti, sul rogo, per cose di fede, mentre nel resto della Spagna avvenivano molti altri di tali religiosi scannatoi."


(Schopenhauer,Il mondo)

Teste salsicce

"Finchè il processo lavorativo è mero processo individuale, lo stesso lavoratore riunisce in sè tutte le funzioni che più tardi si separano. Nell’appropriazione individuale di oggetti dati in natura per gli scopi della sua vita, il lavoratore controlla se stesso. Più tardi, egli viene controllato. 
L’uomo singolo non può operare sulla natura senza mettere in attività i propri muscoli, sotto il controllo del proprio cervello. Come nell’organismo naturale mente e braccio sono connessi, così il processo lavorativo riunisce lavoro intellettuale e lavoro manuale. Più tardi, questi si scindono fino all’antagonismo e all’ostilità. 

Il prodotto si trasforma in genere da prodotto immediato del produttore individuale in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un personale da lavoro combinato, le cui membra hanno una parte più grande o più piccola nel maneggio dell’oggetto del lavoro. 
Quindi col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concetto del lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoratore produttivo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessario por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate
La sopra citata definizione originaria del lavoro produttivo che è dedotta dalla natura della produzione materiale stessa, rimane sempre vera per il lavoratore complessivo, considerato nel suo complesso. Ma non vale più per ogni suo membro, singolarmente preso.

Ma dall’altra parte il concetto del lavoro produttivo si restringe. La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L’operaio non produce per sè, ma per il capitale. Quindi non basta più che l’operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all’autovalorizzazione del capitale. 


Se ci è permesso scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione.

Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia."

(Marx, Il capitale)

giovedì 20 novembre 2014

Roma


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L'ampio abisso

"Se un uomo, non appena ne abbia l'occasione e nessun potere esterno lo trattenga, è sempre incline a commettere ingiustizia, non solo afferma la volontà di vivere quale essa si manifesta nel suo corpo, ma in questa affermazione va tanto oltre da negare la volontà che si manifesta in altri individui. 
Egli pretende di piegare le forze degli altri al servizio della propria volontà, e cerca di sopprimere la loro esistenza quando si oppongono alle aspirazioni della sua volontà.  

Di ciò è sorgente prima un alto grado di egoismo, in cui due cose sono subito palesi: primo, che in un tale uomo si esprime una volontà di vivere estremamente impetuosa, oltrepassante di gran lunga l'affermazione del suo proprio corpo; secondo, che la conoscenza di lui, tutta presa dal principio di ragione e prigioniera della individualità separata, rimane attaccata alla distinzione assoluta tra la sua persona e tutte le altre. Perciò egli cerca solo il proprio benessere, affatto indifferente a quello di tutti gli altri, il cui essere è a lui del tutto estraneo, separato dal suo mediante un ampio abisso: vede gli altri come larve senza realtà. E codeste due note sono gli elementi fondamentali del carattere malvagio."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Qui Schopenhauer analizza la malvagità evidenziando i due aspetti che ritiene fondamentali: l'intensità della volontà e l'assetto cognitivo, caratterizzato dall'ampio abisso che separa il malvagio dagli altri, percepiti come larve senza realtà.
In questo quadro analitico mi sembra difficoltoso inserire la certezza fiduciosa espressa da Schopenhauer quando attribuisce anche agli uomini più malvagi un sentimento di rimorso per il male fatto ad altri esseri umani. Rimorso per aver fatto del male a chi? A delle larve senza realtà?
Accettare che la complessità psichica possa essere perduta, che ne resti solo capacità tecnica di manipolazione sociale, fredda esecuzione di delitti a proprio vantaggio o divertimento, senza il minimo "rimorso", è difficile, anche per un "pessimista" come Schopenhauer, che chiude gli occhi e getta un ponte sull'ampio abisso.

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Un paio di stivali

“Un calzolaio è in grado di fare, con dati mezzi, in una giornata lavorativa di 12 ore, un paio di stivali. Se dovesse fare due paia di stivali nello stesso tempo, la forza produttiva del suo lavoro dovrebbe raddoppiare; ma essa non può raddoppiare senza un mutamento dei suoi mezzi di lavoro o del suo metodo di lavoro, o dell’uno e degli altri insieme.
Deve dunque subentrare una rivoluzione nelle condizioni di produzione del suo lavoro, cioè nel suo modo di produzione, e quindi nello stesso processo lavorativo. Per aumento della forza produttiva del lavoro intendiamo qui in genere un mutamento nel processo lavorativo per il quale si abbrevia il tempo di lavoro richiesto socialmente per la produzione di una merce, per il quale dunque una minor quantità di lavoro acquista la forza di produrre una maggior quantità di valore d’uso.


Dunque, per la produzione di plusvalore (...) non basta affatto che il capitale s’impossessi del processo lavorativo nella sua figura storicamente tramandata ossia presente e poi non faccia altro che prolungarne la durata. Il capitale non può fare a meno di metter sotto sopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo, cioè lo stesso modo di produzione, per aumentare la forza produttiva del lavoro, per diminuire il valore della forza-lavoro mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro, e per abbreviare così la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione di tale valore.”


(Marx, Il capitale)

mercoledì 19 novembre 2014

Roma


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E' tutta colpa delle Danaidi

"I sistemi etici, tanto filosofici quanto religiosi, cercano sempre di collegare in qualche modo la felicità con la virtù. Viceversa, per l'indagine nostra l'intima essenza della virtù si rivela come una tendenza in direzione affatto opposta a quella che conduce alla felicità.

Ogni cosa buona è relativa nel suo rapporto con una volontà in atto. Bene assoluto è una contraddizione: significa propriamente il finale appagarsi della volontà, dopo il quale nessun volere nuovo subentri - un ultimo motivo il cui raggiungimento produca una indistruttibile soddisfazione della volontà. Ma la volontà non può per qualsivoglia appagamento cessare di ricominciare sempre a volere, più di quanto possa il tempo cominciare o finire: una durevole soddisfazione, che appaghi appieno e per sempre la sua sete, non esiste per lei. Ella è la botte delle Danaidi: non vi è alcun sommo bene, alcun bene assoluto, bensì sempre appena un bene provvisorio.


Ma se piacesse mantenere un posto onorifico a un'antica espressione, la quale per abitudine non si vorrebbe del tutto sopprimere, allora si potrebbe chiamare bene assoluto la completa soppressione della volontà, la vera assenza di volontà, che unica per sempre placa e sopprime la sete del volere, unica produce quella pace la quale non può più esser turbata, unica ci redime dal mondo."


(Schopenhauer, Il mondo)

E l'albero mangiò Adamo

"Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l’operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per esempio, egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. 
Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso.”

(Marx, Il capitale)

martedì 18 novembre 2014

Roma


Genzano


Mutazioni

"Dobbiamo confessare che il nostro operaio esce dal processo produttivo differente da quando vi era entrato. Sul mercato si era presentato come proprietario della merce «forza-lavoro» di fronte ad altri proprietari di merci, proprietario di merce di fronte a proprietario di merce. Il contratto per mezzo del quale aveva venduto al capitalista la propria forza-lavoro dimostrava, per così dire, nero sul bianco, che egli disponeva liberamente di se stesso. 
Concluso l’affare, si scopre che egli  non era un libero agente, che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla, che in realtà il suo vampiro non lascia la presa « finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare».  A «protezione» contro il serpente dei loro tormenti, gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge di Stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale. 
Al pomposo catalogo dei «diritti inalienabili dell’uomo» subentra la modesta Magna Charta di una giornata lavorativa limitata dalla legge, la quale «chiarisce finalmente quando finisce il tempo venduto dall’operaio e quando comincia il tempo che appartiene all’operaio stesso». Quantum mutatus ab illo!"

(Marx, Il capitale)

Torna l'indiana

"Il mito della migrazione delle anime insegna come tutti i dolori che nella vita s'infliggono ad altri esseri, in una vita successiva su questo stesso mondo devono essere scontati precisamente coi medesimi dolori; e ciò va tanto lontano, che chi uccide anche un semplice animale, rinascerà un giorno nel tempo infinito con la forma di codesto animale e subirà la stessa morte.

Insegna che cattiva condotta trae con sé una futura vita, in questo mondo, in forma d'esseri miseri e spregiati. Tutti gli affanni che il mito minaccia li documenta con intuizioni tratte dalla vita reale, mediante creature dolorose, le quali neppur sanno come abbiano meritata la loro pena; e non ha bisogno di prendere per appoggio nessun altro inferno.


Come ricompensa invece promette rinascita in forme migliori e più nobili. La più alta ricompensa, che attende gli animi più nobili e la più compiuta rassegnazione, il mito può esprimerla solo negativamente nel linguaggio terreno, mediante la promessa tanto spesso ripetuta di non più rinascere, oppure come l'esprimono i Buddhisti: «Tu raggiungerai il Nirvana, ossia uno stato in cui non sono quattro cose: nascita, invecchiamento, malattia e morte».


Pitagora e Platone hanno accolto con ammirazione questa rappresentazione mitica, e tratto dall'India, o dall'Egitto, e onorato, e applicato, e, non sappiamo fino a qual punto, essi stessi creduto. Noi invece spediamo oramai ai bramani, clergymen inglesi e fratelli moravi esercenti la tessitura, per ammonirli compassionevolmente d'una verità superiore e spiegar loro che son creati dal nulla, e che di ciò devono con gratitudine rallegrarsi. Ma ci succede come a chi tira una palla contro una roccia. In India le nostre religioni non potranno metter mai radice:  la sapienza originaria dell'uomo non sarà soppiantata dagli accidenti successi in Galilea. Viceversa torna l'indiana sapienza a fluire verso l'Europa, e produrrà una fondamentale mutazione nel nostro sapere e pensare. " 


(Schopenhauer, Il mondo)

lunedì 17 novembre 2014

Genzano


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Non ti far attormentare

 "Il tormentatore e il tormentato sono tutt'uno. Quegli erra nel non ritenersi partecipe del tormento, erra questi nel non ritenersi partecipe della colpa. "

(Schopenhauer, Il mondo)
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Sì, può essere vero, ma, per dire: in un gioco sessuale più o meno perverso tra sadico e masochista. Ma, per il resto di realtà, umane per dire disumane, descrivibili con un tormentatore e un tormentato, non mi pare proprio, caro Schopenhauer. 

La tua è una simmetria logica, che può andar bene se stessimo sognando, e se stessimo sognando un qualche gioco con un tormento misurato dal piacere di entrambi, poiché se invece stessimo sognando una vera violenza, un vero tormento, sarebbe un incubo, sia come tormentati che come tormentatori, che poi, al risveglio dovremmo fare i conti con qualcosa di noi stessi.
Potrebbe andar bene, questa tua simmetria logica, anche se non stessimo sognando ma stessimo vivendo un tormento giocoso, a distanza dalla soglia della violenza, dato o ricevuto da svegli.
Ma per il resto, no. 
E che?,  un bambino tormentato dai suoi genitori, o un lavoratore tormentato dal suo datore di lavoro, tanto per fare due esempi tra gli spaventosamente tanti che mi vengono in mente, sono partecipi della colpa di tormentare?

Certo, una differenza da fare, tra bambino e lavoratore, c'è. Il bambino non può fare niente per evitare di essere tormentato. Il lavoratore, anzi: il lavoratore adulto, è da vedere se non può fare niente per evitare di essere tormentato. A volte, almeno in parte, potrebbe fare qualcosa ma non lo fa. Ha interiorizzato il tormento: è diventato una condizione naturale. O ha imparato fin da piccolo che, poiché è nato povero, è inevitabile, sta nelle cose sociali, se non in quelle naturali - il che fa poca differenza pratica per la detormentazione.

Occorrono dita delicate

“Anche questa volta, come già prima, una categoria di fabbricanti si assicurò particolari diritti signorili sui figli dei proletari. Erano i setaiuoli. Nel 1833 avevano minacciosamente singhiozzato che «se si rubava loro la libertà di far crepare dal lavoro fanciulli di ogni età per dieci ore al giorno, era come fermare le loro fabbriche». Secondo loro era impossibile comprare un numero sufficiente di fanciulli al di sopra dei tredici anni. Ed estorsero il privilegio desiderato.
Ad una indagine compiuta più tardi, il pretesto che avevano addotto si rivelò come una pura e semplice menzogna, il che tuttavia non impedì loro, per un decennio, di filar seta, per dieci ore al giorno, col sangue di bambinelli che dovevano esser messi in piedi su sedie per poter compiere il loro lavoro. Certo, l’Atto del 1844 li «derubò» della «libertà» di logorar dal lavoro per più di sei ore e mezza al giorno bambini al di sotto degli undici anni. Ma, in cambio, assicurò loro il privilegio di logorare col lavoro, per dieci ore al giorno, fanciulli fra gli undici e i tredici anni e cancellò l’obbligo scolastico prescritto per altri ragazzi di fabbrica. 

Questa volta il pretesto fu: «la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco che si può assicurare soltanto con un precoce ingresso nella fabbrica». 
Si macellavano fanciulli interi per averne solo le dita delicate, come nella Russia meridionale si macella il bestiame ovino e bovino solo per averne la pelle e il sego.”

(Marx, Il capitale)

Il che è molto strano

"Il Dr Peter Gotzsche, direttore del Nordic Cochrane Centre e professore di progettazione e analisi della ricerca clinica presso l'Università di Copenaghen, ha detto: "C'è molto da cambiare nel settore sanitario. Si tratta di uno dei settori più corrotti della società. In Danimarca, per esempio, abbiamo migliaia di medici iscritti nei libri paga dell’industria - sono consulenti, membri di commissioni consultive - ma in realtà è una sottile forma di corruzione, perché se non ti comporti come previsto ti cancellano dal libro paga."

"Io e i miei studenti di dottorato siamo stati i primi al mondo a ottenere l'accesso a studi clinici non pubblicati presso l'Agenzia Europea dei Farmaci (EMA); nessuno al mondo aveva mai avuto accesso a tali studi. L'EMA non ci dava accesso perché voleva tutelare interessi commerciali. Le nostre autorità sanitarie non pensano a proteggere i pazienti, ma a proteggere l'industria della salute, il che è molto strano."

malpractices in medical practice

 No Grazie lettere di informazione

domenica 16 novembre 2014

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Come sull'infuriante mare

"Come sull'infuriante mare che, per tutti i lati infinito, ululando montagne d'acqua innalza e precipita, siede in barca il navigante e sé affida al debole naviglio; così siede tranquillo, in mezzo a un mondo pieno di tormenti, il singolo uomo, poggiandosi fiducioso sulla sua individualità separata.

Lo sconfinato mondo, pieno di mali ovunque, nell'infinito passato, nell'infinito futuro, è a lui straniero, anzi è a lui come una fiaba: la sua infinitesima persona, il suo presente privo d'estensione, il suo momentaneo benessere hanno soli realtà ai suoi occhi, e per conservarli fa di tutto, fin quando una miglior conoscenza non gl'illumini la vista. 

Fino allora vive appena nella più intima profondità della sua coscienza l'oscurissimo sentore che quel mondo non gli sia poi veramente tanto straniero, bensì abbia con lui una relazione, dalla quale la sua individualità separata non può proteggerlo. 


Per la conoscenza che vede più lontano dell'individualità separata, una vita temporale felice donata dal caso, o a lui strappata con saggezza, fra dolori innumerevoli altrui è nient'altro che il sogno d'un mendico, in cui questi si veda re, ma per apprendere al risveglio che solo una fuggitiva illusione l'aveva separato dai dolori della sua vita."


(Schopenhauer, Il mondo)

Sangue dell'infanzia

“Ci vogliono secoli perché il «libero» lavoratore si adatti volontariamente, in conseguenza dello sviluppo del modo capitalistico di produzione, cioè sia socialmente costretto a vendere per il prezzo dei suoi mezzi di sussistenza abituali l’intero suo periodo attivo di vita, anzi, la sua capacità stessa di lavoro, sia costretto a vendere la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. È quindi cosa naturale che il prolungamento della giornata lavorativa, che il capitale cerca di imporre per coercizione statale agli operai adulti, dalla metà del sec. XIV fino alla fine del sec. XVII, coincida all’incirca col limite del tempo di lavoro che nella seconda metà del sec. XIX viene tracciato qua e là, da parte dello Stato, alla trasformazione di sangue dell’infanzia in capitale. Quel che oggi, per esempio nello Stato del Massachussetts, che finora è lo Stato più libero della repubblica americana del nord, viene proclamato come limite statutario al lavoro dei fanciulli al di sotto dei dodici anni, era in Inghilterra, ancora alla metà del sec. XVII, la giornata lavorativa normale di artigiani nel pieno delle forze, di robusti servi agricoli e di giganteschi fabbri ferrai.”

(Marx, Il capitale)

Roma


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sabato 15 novembre 2014

Realmente onirico

- Quella che tu chiami contraddizione nella tua visione dialettica delle cose del mondo non è una contraddizione ideale, mentale, di pensiero, che si materializza nelle cose, caro Hegel, bensì è una contraddizione reale, materiale, è cosa che si contrappone a cosa, forza che si contrappone a forza, per cui non vale la tua sintesi dialettica che supera le contraddizioni integrandole, bensì vale l'azione: soltanto cambiando materialmente le cose si può risolvere la contraddizione reale.

-  Ma allora perché continui a parlare di contraddizione? Se sei passato dal piano ideale a quello materiale, perché continui a usare un termine che appartiene al piano ideale? Pensi davvero che l'aggiunta reale alla parola contraddizione sia sufficiente a fargli passare il confine tra i due mondi? Contraddizione reale può solo significare che è realmente una contraddizione, e la sua unica soluzione può dunque solo essere ideale. Nel senso che tu dici di voler dare alla contraddizione reale, caro Marx, tu trasformi la compatibilità logicamente fertile di tesi e antitesi nell'incompatibilità praticamente sterile di un ossimoro.

- Ah! Lo vedremo, chi è praticamente sterile! Mi ci faccio la barba, con la tua logica affilata!

- Non ti starebbe male, una sfoltita.

Roma


Roma


Basta lavoro nero


La via dell'inganno

"Venendo a ciò che concerne in genere l'attuazione dell'ingiustizia, questa può farsi mediante violenza, o mediante insidia; che, dal punto di vista morale, sostanzialmente sono la stessa cosa. In primo luogo è nell'assassinio moralmente tutt'uno, se io mi servo del pugnale o del veleno; e così in ogni lesione corporale. I rimanenti casi di ingiustizia si posson tutti ridurre al fatto che io, con l'attuar l'ingiustizia, obbligo l'altro a servire la mia volontà, in luogo della sua; ad agire secondo la mia, e non secondo la sua. 

Tenendo la via della violenza, conseguo questo risultato mediante causalità fisica; tenendo la via dell'insidia, lo conseguo invece mediante motivazione, ossia causalità procurata dalla conoscenza; col porre innanzi alla volontà altrui motivi illusori, in virtù dei quali l'individuo ingannato, credendo di seguir la sua volontà, segue la mia. Poiché il terreno in cui stanno i motivi è la conoscenza, io posso arrivare a quel risultato solo falsando l'altrui conoscenza, e questa falsificazione è la menzogna. Essa tende sempre a influire sull'altrui volontà, e non soltanto sull'altrui conoscenza in sé e in quanto tale, ma sulla conoscenza come mezzo, ossia in quanto determina la volontà."

(Schopenhauer, Il mondo)

Turnatori allo sbaraglio

“Il capitale costante, i mezzi di produzione, considerati dal punto di vista del processo di valorizzazione, esistono solo allo scopo di assorbire lavoro e, con ogni goccia di lavoro, una quantità proporzionale di pluslavoro. In tanto che essi non fanno questo, la loro semplice esistenza costituisce per il capitalista una perdita negativa; poiché, durante il tempo nel quale rimangono inoperosi, essi rappresentano un’inutile anticipazione di capitale; e questa perdita diventa positiva appena l’interruzione nel loro impiego rende necessarie spese supplementari per il ricominciare il lavoro. Il prolungamento della giornata, la al di là dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l’istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poiché questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l’ostacolo fisico, c’è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte."

(Marx, Il capitale)

venerdì 14 novembre 2014

Roma


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Fanciulli stracciati

“La manifattura dei fiammiferi data dal 1833, dalla scoperta del modo di fissare il fosforo sull’accenditoio. Si è sviluppata in Inghilterra dal 1845 in poi, rapidamente, e si è estesa, partendo specialmente dalle parti di Londra a densa popolazione, anche a Manchester, Birmingham, Liverpool, Bristol, Norwich, Newcastle, Glasgow; con essa s’è diffuso il trisma, che un medico di Vienna scoperse già nel 1845 esser la malattia peculiare dei lavoranti in fiammiferi. Metà degli operai di questa manifattura sono bambini sotto i tredici anni e adolescenti di meno di diciotto anni. Essa ha così cattiva fama, per la sua insalubrità e per la ripugnanza che desta, che soltanto la parte più decaduta della classe operaia, vedove semiaffamate ecc., le cede i figli, « fanciulli stracciati, semiaffamati, del tutto trascurati e non educati». Dei testimoni esaminati dal commissario White (1863), duecentosettanta erano sotto i diciotto anni, quaranta sotto i dieci anni, dieci avevano solo otto, cinque avevano solo sei anni. Giornata lavorativa che andava dalle dodici alle quattordici, alle quindici ore; lavoro notturno; pasti irregolari, per lo più presi negli stessi locali di lavoro, che sono appestati dal fosforo. Dante avrebbe trovato che questa manifattura supera le sue più crudeli fantasie infernali.”

(Marx, Il capitale)

L'illusione ottimistica di Schopenhauer

"La prima e semplice affermazione della volontà di vivere è l'affermazione del proprio corpo, usando a ciò tutte le forze di esso. Ad essa si collega direttamente la soddisfazione dello stimolo sessuale; anzi, questa appartiene a quella, in quanto i genitali al corpo appartengono. 

Ora, mentre la volontà presenta quell'autoaffermazione del proprio corpo in un numero infinito d'individui coesistenti, a causa dell'egoismo connaturato in ciascuno, può molto facilmente andar oltre codesta affermazione in un individuo, fino alla negazione della stessa volontà di vivere manifestantesi in un altro individuo.

La volontà del primo irrompe nei confini dell'altrui affermazione di volontà, sia in quanto l'individuo distrugge o ferisce l'altrui corpo, sia in quanto costringe le forze dell'altrui corpo a servire la propria volontà, invece della volontà che in quello stesso altrui corpo si palesa; come, per esempio, quando sottrae le forze di codesto corpo alla altrui volontà di vivere, e con ciò accresce la forza a servizio della propria volontà oltre i confini naturali di questa, affermando la propria volontà oltre il suo proprio corpo mediante negazione della volontà manifestantesi nel corpo di un altro.

Questo irrompere nei confini dell'altrui affermazione di volontà fu conosciuto dai più remoti tempi, e il suo concetto espresso con la parola ingiustizia. Infatti,  le due parti interessate riconoscono istantaneamente la cosa; non già, invero, come l'abbiamo qui esposta in astrazione, bensì come sentimento. 


Chi subisce l'ingiustizia sente l'irrompere nella sfera dell'affermazione del suo proprio corpo da parte di un individuo estraneo, sotto forma d'un dolore diretto e morale, affatto distinto e diverso dal male fisico, provato in pari tempo per l'azione stessa, o dal rammarico del danno.
D'altra parte, a quegli che commette l'ingiustizia si affaccia la cognizione ch'egli è, in sé, la volontà medesima, la quale anche in quell'altro corpo si manifesta e si afferma con tale veemenza da farsi negazione della volontà stessa nell'altro, oltrepassando i confini del proprio corpo e delle sue forze; quindi egli, considerato come volontà in sé, combatte per l'appunto con la sua veemenza contro se medesimo, se medesimo dilania; anche a lui s'affaccia questa cognizione istantaneamente, non già in astratto, ma come oscuro sentimento: e questo è chiamato rimorso, ossia, più precisamente nel caso sopraddetto, sentimento della commessa ingiustizia."


(Schopenhauer, Il mondo)
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E questo pensare che chi commette ingiustizia abbia sempre la percezione di ciò che fa, senta sempre che è una ingiustizia e provi sempre un "oscuro sentimento di rimorso, sentimento della commessa ingiustizia"  lo considero, nel migliore dei casi, l'ottimismo di Schopenhauer.  Può essere, questa estensione a tutti gli esseri umani di un assetto psichico che non è di tutti, una conseguenza logica del suo pensare che, sempre in tutti, agisca  la predisposizione naturale umana a identificarsi con immediatezza, senza pensiero razionale, con l'altrui sofferenza o l'altrui gioia, anche dei "fratelli animali", che lui così definisce e chiama "compassione", e su di essa basa l'unica vera morale possibile all'uomo, esente da orientamenti e obblighi esterni che la falsificherebbero. Una illusione strana, in un pensatore così repulsivo verso le illusioni.
Se può essere corrispondente alla realtà umana originaria pensare ad un assetto instintuale non distruttivo, di stretta integrazione tra istinti di autoconservazione e desiderio di socialità e di unione sessuale, è anche palese che questo teoricamente possibile assetto psichico viene normalmente perso fin dall'infanzia in società in cui sia prevalente il dominio materiale e ideologico di pochi uomini su tutti gli altri. Una evidenza che Scopenhauer non nega, ma in essa inserisce questa illusoria certezza di un sempre presente "sentimento della commessa ingiustizia" poiché nel dilaniare l'altro ogni uomo dilania se stesso.