venerdì 31 ottobre 2014

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Giocare a cartephone

"Ma alla più parte degli uomini le gioie puramente intellettuali sono inaccessibili; del piacere che consiste nel puro conoscere sono quasi affatto incapaci: in tutto sono confinati nel volere. Quindi, se cosa alcuna vuol destare la loro attenzione, essere per loro interessante, deve stimolare in qualche modo la loro volontà, perché l'essere loro sta di gran lunga più nel volere che nel conoscere: azione e reazione è il loro unico elemento. 

Le ingenue manifestazioni di questa loro natura si possono cogliere anche in piccolezze e in fatti ordinari: per esempio, scrivono nei luoghi notabili che vanno a visitare il loro nome, per così reagire, per agire sul luogo, poiché il luogo non ha agito su di loro; inoltre non sanno facilmente contentarsi di contemplare un esotico, raro animale, ma devono stuzzicarlo, provocarlo, scherzare con esso, per sentire nient'altro che azione e reazione. Questo bisogno d'eccitazione della volontà si mostra soprattutto nell'invenzione e nella pratica del giocare alle carte, che benissimo esprime l'aspetto lamentevole dell'umanità."


(Schopenhauer, Il mondo)

Un tuonar di pensiero dimenticato

Costava 3.200 lire, è di quelli con le pagine che si staccano dalla colla rinsecchita negli anni e ti rimangono in mano e mi fanno venire in mente il racconto che mi fece tanti anni fa una ragazza salentina di un suo avo che quando leggeva libri, finita la pagina la strappava e la buttava via. Io le pagine le rimetto nel libro da cui si sono staccate, in questi casi di rinsecchita colla, però sono più attento lento e ordinato se ciò che c'è scritto mi piace. E' del maggio 1976, Meszaros, la teoria dell'alienazione in Marx, insieme a tanti altri in una libreria che si nasconde dietro una porta quando la apro per entrare nella stanza ed è meglio così perché quando giro la testa e la guardo sento un'ombra fredda e inquieta d'ignoranza dimenticanza piccolezza davanti all'universo come di notte guardando le stelle - li ho letti, non tutti tutti, non tutti con la stessa partecipazione, ma come è possibile che rileggendo è come fosse la prima lettura? così m'avvito nella spirale dei ritorni, apro a caso una, due, tre volte l'uomo, scrive marx scrive meszaros, è immediatamente

"L'uomo" scrive Marx "è immediatamente ente naturale". "Come ente naturale, e ente naturale vivente, è da una parte fornito di forze naturali, di forze vitali, è un attivo ente naturale, e queste forze esistono in lui come disposizioni e capacità, come impulsi; e d'altra parte, in quanto ente naturale, corporeo sensibile, oggettivo, è un ente passivo condizionato e limitato, come è anche l'animale, e la pianta: e cioè gli oggetti dei suoi impulsi esistono fuori di lui come oggetti da lui indipendenti, e tuttavia questi oggetti sono oggetti del suo bisogno, oggetti indispensabili, essenziali alla manifestazione e conferma delle sue forze essenziali".

chissà a chi avrò dato i tuoi manoscritti del 44, scusami, Karl, adesso ti tolgo subito da sotto il macigno del capitale, scusa, guarda quanta polvere s'è accumulata sulla tua barbona e i vecchi vestiti, però lo sguardo bè meno male che la prendi a ridere chissà però se in tedesco sai che sono nato nel 45 però un secolo dopo ma questa non è più una risata sembra piuttosto

giovedì 30 ottobre 2014

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Caro Schopenahuer,

"Tra il volere e il conseguire trascorre dunque intera ogni vita umana.
Il desiderio è, per sua natura, dolore: il conseguimento genera tosto sazietà: la mèta era solo apparente: il possesso disperde l'attrazione: in nuova forma si ripresenta il desiderio, il dolore: altrimenti, segue monotonia, vuoto, noia, contro cui è la battaglia altrettanto tormentosa quanto contro il bisogno.
Quando desiderio e appagamento si susseguono senza troppo brevi e senza troppo lunghi intervalli, n'è ridotto il soffrire, ch'entrambi producono, ai minimi termini, e se n'ha la più felice vita. Quel che fuori di ciò si potrebbe chiamar la parte più bella, la più pura gioia della vita, appunto perché ci solleva sull'esistenza reale e ci trasmuta in sereni spettatori di questa: ossia il puro conoscere, cui ogni volere è estraneo, il godimento del bello, il genuino piacere dell'arte, richiedendo attitudini già rare, è dato solo a pochissimi, ed anche ai pochissimi soltanto come un effimero sogno."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Caro Schopenhauer,
capisco il tuo amore e la tua stima per l'induismo, il buddhismo, i santi dell'umanità inclusi quelli cristiani; capisco il tuo amore e la tua stima per l'arte; apprezzo il tuo rigore coraggioso, la tua assenza di buonismo, la tua secchezza nell'indicare la tragicità possibile della vita senza false illusioni. Ma la tua forza analitica si esplica, a mio parere, soprattutto, o esclusivamente, nell'ambito dell'atto cognitivo, nell'ambito del rapporto di conoscenza tra soggetto e realtà, da cui si possono trarre preziosi spunti - qui, nell'analisi psicologica che si allarga verso i tanti e i tutti, mi permetto farti presenti alcune considerazioni.

Il desiderio è, per sua natura, dolore 
- vero per il desiderio realizzabile che tuttavia non riesco a realizzare, se questo desiderio è molto intenso e non riesco a darmi pace, ad accettare che è al di fuori delle mie possibilità, o delle mie possibilità attuali per cui posso muovermi in modo che diventi realizzabile
- vero per i desideri irrealizzabili se si trasformano in una ossessione per me: mi cadono i capelli e vorrei non fossero caduti, vorrei essere sicuro di non ammalarmi mai, vorrei non invecchiare, vorrei non essere mai separato dalle persone che amo e mai dover stare con quelle che non amo, vorrei la luna
- ma non vero per tutti gli altri casi: tu mi dirai che così restringo assai lo spazio di respiro contento di sé, ma se non bari dovresti riconoscere che questo spazio c'è, e più vasto dei momenti di incanto, di percezione estetica ed estatica del mondo; poi, per quanti siano quelli che occupano questo spazio, dovresti rinascere ed aggiornarti, forse, ammesso che quando eri in vita le cose fossero diverse da come sono ora

il conseguimento genera tosto sazietà
- godibilissimo vissuto, la sazietà, se di bello buono giusto sufficienti a generare il senso di sazietà

la mèta era solo apparente
- se ha generato sazietà reale, non era apparente: che poi la sazietà passi e torni il desiderio posso viverlo come il bello della vita - se la mèta fosse la sazietà una volta per tutte, questa non sarebbe raggiunta mai per i singoli desideri, ma è raggiunta sempre nel qui ed ora se il desiderio è quello di vivere, se la volontà è, come tu dici, volontà di vivere - sul fatto che questa volontà crei i casini tipici dell'uomo, sei freudiano quanto Freud era schopenhaueriano: se aveste ragione saremmo fregati - il problema è che anche se non avete affatto ragione teoricamente, la vostra teoria di una volontà innata che porta all'infelicità dei singoli e al disastro della specie è maledettamente descrittiva di un effetto successivo alla nascita, un prodotto successivo, culturale, che basa la sua potenza distruttiva mentale e materiale su una scomposizione delle disposizioni biologiche innate

il possesso disperde l'attrazione
- questa mi piace

in nuova forma si ripresenta il desiderio, il dolore: altrimenti, segue monotonia, vuoto, noia, contro cui è la battaglia altrettanto tormentosa quanto contro il bisogno

- può essere, ma è come dire che il cambiamento delle condizioni di esistenza materiale non produce, in sé, una maggiore felicità di vivere: intanto, se sono un povero, il cambiamento mi farebbe sopravvivere e anche vivere dignitosamente, e poi, avendone il tempo, mi porrei il problema della noia,  ma se il cambiamento di stato materiale me lo sono preparato nel desiderarlo senza tutti i pesi morti che la religione e i padroni della terra volevano mettermi in testa, è molto probabile che starò moltissimo meglio in ogni senso e che la noia dei ricchi non mi sfiorerà nemmeno: il cambiamento delle condizioni di esistenza materiale non è un sogno effimero, è un desiderio di carne e sangue, è la volontà inconscia, se non cosciente, di chi deve lottare ogni giorno per sopravvivere materialmente e far sopravvivere in sé il desiderio di vivere.



mercoledì 29 ottobre 2014

Misticanza religiosa

"Dal suo punto di vista la mistica ha ragione quando, per conservarsi e per riprodursi negli uomini, combatte tanto violentemente la sessualità. Essa si sbaglia soltanto in una delle sue premesse e nella sua giustificazione più importante: solo la sua morale crea quella vita pulsionale che essa proclama di essere chiamata a dominare, e la scomparsa di questa morale è la premessa della scomparsa dell'amoralità che essa si affanna invano a eliminare."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

Vietato ai deboli di cure

"Già vedemmo la natura priva di conoscenza avere per suo intimo essere un continuo aspirare, senza meta e senza posa; ben più evidente ci appare quest'aspirazione considerando l'animale e l'uomo. Volere e aspirare è tutta l'essenza loro, affatto simile a inestinguibile sete. 
Ma la base d'ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l'uomo è vincolato dall'origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi.

Nel permanente aspirare la volontà appare come un corpo vivo, con l'obbligo ferreo di nutrirlo. L'uomo, come la più compiuta oggettivazione della volontà, è per conseguenza anche il più bisognoso di tutti gli esseri: è in tutto e per tutto un volere, un abbisognare reso concreto, la concretizzazione di mille bisogni: con questi egli sta sulla terra, abbandonato a se stesso, incerto di tutto fuorché della propria penuria e delle proprie necessità. A questo si collega immediatamente la seconda imperiosa brama, quella di continuare la specie.


I più svariati pericoli minacciano l'uomo da ogni parte, e per sfuggirli occorre continua vigilanza. Con cauto passo, e ansiosamente spiando intorno, va egli per la sua via: così camminava nelle foreste, e così cammina nella vita civilizzata.


La vita dei più non è che una quotidiana battaglia per l'esistenza, con la certezza della sconfitta finale. Ma ciò che li fa perdurare in questa battaglia così travagliata non è tanto l'amore della vita, quanto la paura della morte, la quale nondimeno sta inevitabile nello sfondo, e può a ogni minuto sopravvenire. La vita stessa è un mare pieno di scogli e di vortici, cui l'uomo cerca di sfuggire con la massima prudenza pur sapendo che quand'anche gli riesca con ogni sforzo e arte di scamparne perciò appunto si accosta con ogni suo passo, ed anzi vi drizza in linea retta il timone, al totale, inevitabile e irreparabile naufragio: alla morte. Questo è il termine ultimo del faticoso viaggio, e per lui peggiore di tutti gli scogli ai quali è scampato.


Ma qui ci si presenta subito come molto notevole questo fatto: da un lato dolori e strazi dell'esistenza possono facilmente accumularsi a tal segno che la morte stessa, nel fuggir la quale consiste l'intera vita, diviene desiderata, e spontaneamente le si corre incontro; dall'altro, che non appena miseria e dolore concedono all'uomo una tregua, la noia è subito vicino tanto che egli per necessità ha bisogno d'un passatempo.


Quel che tutti i viventi occupa è la fatica per l'esistenza, ma dell'esistenza, una volta che sia loro assicurata, non sanno che cosa fare:  perciò il secondo impulso che li fa muovere è lo sforzo di alleggerirsi dal peso dell'essere, di renderlo insensibile, di «ammazzare il tempo», ossia di sfuggire alla noia. Quindi vediamo che quasi tutti gli uomini al riparo dei bisogni e delle cure, quand'abbiano alla fine rimosso da sé tutti gli altri pesi, si trovano a essere di peso a se stessi, e hanno per tanto di guadagnato ogni ora che passi, ossia ogni sottrazione fatta a quella vita appunto, per la cui conservazione il più possibile lunga avevano fino allora impiegate tutte le forze.


E la noia è tutt'altro che un male di poco conto:  finisce con l'imprimere vera disperazione sul volto. Essa fa sì che esseri i quali tanto poco s'amano a vicenda, come gli uomini, tuttavia si cerchino avidamente, e diviene in tal modo il principio della socievolezza. Anche contro di essa, come contro altre universali calamità, vengono prese pubbliche precauzioni, e già per ragion di stato; perché questo male, non meno del suo estremo opposto, la fame, può spingere gli uomini alle maggiori sfrenatezze: panem et circenses, vuole il popolo.


Come il bisogno è il perpetuo flagello del popolo, così è flagello la noia per le classi elevate. Nella vita borghese è rappresentata dalla domenica, come il bisogno dai sei giorni di lavoro."


(Schopenhauer, Il mondo)

martedì 28 ottobre 2014

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Possono distruggere quanto si è, in un primo momento, salvato

"Non è possibile fare una ricerca, sviluppare un discorso sulla realtà psichica se prima non ci si confronta, scientificamente, con l'istinto di morte nella sua realtà pulsionale di annullamento dell'esistente. Esistente che è, in primo luogo, la realtà materiale umana. Qui c'è il nesso con Marx per quanto e in quanto lo si può criticare. Critica che si centra sull'aggettivo: umano. Ovvero rivendicare la specifica realtà materiale dell'uomo che non è identica alla realtà materiale non umana."

"Se è banale e sciocco evidenziare che non si può fare analisi con persone che muoiono di fame, è da considerare però che la realtà materiale umana salvata è piena di pulsioni e di affetti che possono distruggere quanto si è, in un primo momento, salvato."


(M. Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell'uomo, 1980)



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Vediamo l'uomo, in grazia

"Vediamo l'uomo, in grazia della conoscenza astratta, o di ragione, avere in più dell'animale una facoltà di scelta, la quale tuttavia fa di lui un campo di battaglia per il conflitto dei motivi senza sottrarlo al loro dominio; essa è condizione perché il carattere individuale si manifesti appieno, ma non va punto considerata come libertà del volere singolo, ossia indipendenza dalla legge di causalità, la cui necessità si estende all'uomo come ad ogni altro fenomeno."

(Schopenhauer, Il mondo)

Madruttane e puttamadri

"Nella propaganda politica che verte sull'effetto psicologico di massa non si ha a che fare direttamente con i processi economici, ma non le strutture caratteriali umane. Non possiamo accontentarci di mettere in evidenza le basi oggettive della famiglia, se vogliamo procedere correttamente dal punto di vista psicologico, ma dobbiamo appoggiarci sul desiderio di raggiungere la felicità nella vita e nell'amore."

Non ci interessa qui la storia della famiglia, scrive Reich apprezzando il lavoro di Morgan e Engels,  ma "il problema attuale", cioè "come combattere efficacemente la politica sessuale e culturale reazionaria il cui centro è la famiglia", che va considerata come "una cellula reazionaria, come il luogo più importante per la riproduzione dell'uomo reazionario e conservatore".

"Per la conservazione dell'istituzione famigliare autoritaria non è soltanto indispensabile la dipendenza economica della moglie e dei figli dal marito e dal padre. Questa dipendenza è sopportabile per gli oppressi solo a condizione che venga annientata il più possibile la coscienza, sia nella moglie che nei figli, di essere esseri sessuali. La moglie non può apparire come essere sessuale ma soltanto come essere che mette al mondo i figli. L'idealizzazione della maternità, la sua glorificazione che è in così violento contrasto con la brutalità con cui le madri del popolo lavoratore vengono in realtà trattate, servono sostanzialmente come mezzo per non far nascere nelle donne la coscienza sessuale, per non far scomparire la paura e il senso di colpa sessuali. L'affermazione e il riconoscimento della donna come essere sessuale - il diritto della donna al proprio corpo -  significherebbe il crollo di tutta l'ideologia autoritaria."

"Un altro sostegno della famiglia autoritaria è l'ideologia della <benedizione di una numerosa prole>, con l'intenzione di mettere nell'ombra la funzione sessuale della donna rispetto alla funzione riproduttiva. La contrapposizione tra <madre> e <puttana> corrisponde all'antagonismo esistente tra piacere e procreazione nel senso dell'uomo reazionario. L'atto sessuale per il piacere, secondo questa concezione, disonora la donna e la madre ed è <puttana> colei che afferma il piacere sessuale e vive di conseguenza. La vita sessuale è morale soltanto se è al servizio della procreazione. Questa concezione non è meno reazionaria quando viene sostenuta da comunisti."


(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, 1933)

lunedì 27 ottobre 2014

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E il bambino e la donna?

"Marx, l'unico, grande valorizzatore della realtà umana reale, concreta, fuori da ogni spiritualismo che annulla l'uomo, dopo un primo exploit geniale, a 27 anni scrive una frase che sarà il cardine di ogni successiva ricerca.

"Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi  dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale."

E il bambino, e la donna che non hanno prodotto i mezzi di sussistenza, l'uno per ragioni naturali l'altra per ragioni storiche? Il grande Marx diventa positivista: far iniziare l'umanità con il comportamento dell'uomo adulto significa gestire lo stesso istinto di morte di Hegel.

Affrontare l'alienazione socio-economica senza, se non prima, almeno contemporaneamente, affrontare l'alienazione religiosa, lascia gli uomini illusi e delusi. Si fa una religione della realtà materiale. Si va a finire nell'obbligo di essere felici una volta risolte le disuguaglianze economiche. Si deve essere felici... per ordine dello stato... poi gli uomini non sono felici e sarebbero controrivoluzionari perché l'alienazione religiosa cadrebbe da sola una volta che siano modificati i rapporti di produzione - cadono da soli i disordini mentali degli uomini, le depressioni, le impotenze, l'angoscia, la pazzia umana. E se alcuni, più o meno male o bene, si ribellano, vengono ricoverati in manicomio perché, nel momento in cui non sono felici, sono matti - e, si badi bene, non per alterazioni psichiche che, coerentemente, non ci possono essere, ma per malattia organica del cervello."


(M. Fagioli, Bambino, donna e trasformazione dell'uomo, 1980)

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Più retta

"Il rimorso proviene perciò sempre da conoscenza fattasi più retta, e non da mutazione della volontà, che è impossibile. Il tormento della coscienza per un atto commesso è dolore per l'aver conosciuti noi stessi nel nostro vero essere, ossia nella nostra volontà. Si fonda sulla certezza d'aver tuttora la medesima volontà. Fosse questa mutata, e fosse quindi semplice rimorso il tormento della coscienza, questo cadrebbe da sé: l'accaduto non potrebbe più dare inquietudine, riflettendo le manifestazioni d'una volontà che non è più quella dell'uomo che si è pentito."

(Schopenhauer, Il mondo)

La criccamassa

"Il fascismo non è altro che l'espressione politicamente organizzata della struttura caratteriale umana media, una struttura che non è vincolata né a determinate razze o nazioni, né a determinati partiti, ma che è generale e internazionale. Il fascismo, dal punto di vista caratteriale, è l'atteggiamento emozionale fondamentale dell'uomo autoritariamente represso dalla civiltà delle macchine e dalla sua concezione meccanicistico-mistica della vita. Il carattere meccanicistico-mistico degli uomini del nostro tempo crea i partiti fascisti e non viceversa.

Il fascismo è stato e continuerà ad essere considerato la dittatura di una piccola cricca reazionaria. L'ostinazione con cui si continua a sostenere questo errore è da attribuire alla paura di rendersi conto di come stanno veramente le cose: il fascismo è un fenomeno internazionale che corrode tutti i gruppi della società umana di tutte le nazioni. Oggi non esiste nessuno che non porti in sé elementi del modo di pensare e sentire fascista. 

Il fascismo come movimento politico si differenzia da altri partiti reazionari per il fatto che viene sostenuto e diffuso dalle masse umane.

Mi rendo conto dell'enorme responsabilità che deriva da simili affermazioni. Augurerei, nell'interesse del nostro mondo tormentato, che le masse lavoratrici si rendessero conto con altrettanta chiarezza della loro responsabilità per quanto riguarda il fascismo."


(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, prefazione alla terza edizione, 1942)

domenica 26 ottobre 2014

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La breccia di Porta Mia

"Non potete avvicinarvi al problema dell'igiene mentale con idee come il complesso di Edipo. Non ha senso. Ciò che aveva senso era la frustrazione della popolazione. Gli adolescenti vengono frustrati. C'è l'infelicità matrimoniale. Perché è così? Cosa possiamo farci? E qui urtate contro il problema sociale, l'istituzione del matrimonio, le leggi, il dogma cattolico, il controllo delle nascite, e una quantità di altre cose sociali. Discussi i dettagli con Freud e lui era entusiasta. Disse: andate avanti, andate sempre avanti. Avevamo riunioni pubbliche in cui si discuteva di diversi argomenti, come l'educazione dei bambini o la masturbazione, l'adolescenza, il matrimonio, poi il pubblico interveniva, faceva domande. Era una cosa straordinaria. Lì, la gente si manifestava completamente. Ciò che poi dovevo fare, allora - è molto importante questo - era di rompere la barriera che separa il pubblico dalla propria vita privata. Mi capisce? Nessuno ne parla, nessuno tocca questo argomento. Nessuno. La prima cosa da fare era spezzare quella barriera. La cosa funzionò a meraviglia. Non dimenticherò mai i volti caldi, gli occhi raggianti, la tensione, il contatto. Inizialmente io feci un grandissimo errore. Lo fondai come movimento politico. Oggi lo so, ma allora non lo sapevo. Quando andai a Berlino, tenevo riunioni pubbliche quattro o cinque volte alla settimana. Ai miei discorsi erano presenti due o tremila persone. Era una cosa grandiosa. Lì raccolsi circa cinquantamila persone nella mia organizzazione già nel primo anno. Andai troppo lontano. Non so se mi segue. Avrei fatto meglio se avessi circoscritto il movimento per i primi dieci anni. Feci le cose troppo in fretta. Senza volerlo suscitai l'animosità dei partiti politici. Sentivano la potenza del nostro movimento e ne avevano paura o erano gelosi. Vorrei esprimere un ammonimento per qualsiasi futuro movimento per l'igiene mentale: non fatelo mai in senso politico! La gente sarà entusiasta, si infiammeranno, manifesteranno un grande ardore, ma le loro strutture non seguiranno. La struttura caratteriale non può seguire. Poi vi troverete nei guai. Questa discrepanza tra ciò che un essere umano desidera, ciò che egli sogna, ciò che comprende intellettualmente come vero e buono, e ciò che realmente può fare, cioè ciò che la sua struttura, la struttura caratteriale, realmente gli permette di fare, è il grosso problema dell'igiene mentale. E' anche la breccia in cui penetra la religione."

(Intervista a Wilhelm Reich, 1952)

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Cosa impossibile

"Il rimorso non proviene mai da un cambiamento della volontà (cosa impossibile), bensì della conoscenza. Non posso quindi pentirmi mai di ciò che ho voluto, ma posso bensì di ciò che ho fatto; perché, guidato da falsi concetti, ho fatto cose non conformi alla mia volontà. L'accorgersene, in grazia di più esatta conoscenza, costituisce il rimorso.

Posso per esempio aver agito con più egoismo di quanto sia conforme al mio carattere, fuorviato da esagerate rappresentazioni della necessità in cui mi trovavo, o anche dall'astuzia, falsità, malvagità altrui, o anche dalla mia precipitazione, cioè mancanza di riflessione, determinato da motivi non chiaramente conosciuti, sotto l'influenza del presente e della commozione che ne risultò: così forte, che a dir  vero non possedevo più l'uso della mia ragione. In questo caso, il ritorno della riflessione non è se non rettificata conoscenza, dalla quale può sorgere rimorso, che poi si manifesta nel rimediare al mal fatto, fin dove sia possibile.


Va tuttavia osservato, che per illudere noi stessi ci predisponiamo apparenti precipitazioni, le quali in realtà sono atti meditati in segreto. Perché nessuno inganniamo e lusinghiamo con sì fini artificii quali usiamo per noi medesimi. 


Può darsi anche il caso opposto: un eccesso di fiducia verso altri, o ignoranza del valore relativo da attribuire ai diversi beni della vita, o un qualsiasi dogma astratto, al quale io cessi poi di prestar fede, possono avermi indotto ad agire con meno egoismo di quanto il mio carattere richieda, preparandomi così rimorso d'altra natura.


Sempre è dunque il rimorso rettificata conoscenza del rapporto tra l'azione e il vero e proprio intento."


(Schopenhauer, Il mondo)
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... per illudere noi stessi ci predisponiamo apparenti precipitazioni, le quali in realtà sono atti meditati in segreto.

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Il nostro modo di vivere

"Ora, se vivete all'interno del campo d'azione nevrotico-caratteriale, potete dire che esso non è nevrotico. Potete dire che esso è il nostro modo di vivere. La domanda è: è questo il nostro modo di vivere, o esso potrebbe essere diverso? Questo è il punto. Io non mi dedicai all'igiene mentale per curare poche persone o per migliorare la loro salute.
Iniziai a lavorare dopo il 15 luglio 1927, quando durante una sommossa socialista a Vienna un centinaio di persone fu ucciso e circa un migliaio fu ferito per strada. Questo mi diede il via. Ho una lettera di Freud di quello stesso giorno in cui mi chiede se il mondo sarebbe rimasto ancora in piedi dopo quello che era successo. Subito dopo mi recai da lui e gli dissi che intendevo cominciare a lavorare su base sociale. Freud era molto favorevole a ciò. Comprendeva il problema sociale. Quando oggi alcuni dicono che si rifiutava di prendere in considerazione la società, dicono una completa assurdità. Non lo ha mai fatto: sapeva esattamente come stavano le cose nel mondo, ma prima di procedere all'esterno doveva sapere cosa sta all'interno."


(Intervista a Wilhelm Reich, 1952)

sabato 25 ottobre 2014

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Per egoismo può dare

Anche se a volere non s'impara, anche se alcune tendenze di base restano quelle per tutta la vita e possono solo cambiare le manifestazioni, tuttavia, scrive Schopenhauer, la conoscenza, le idee, hanno un loro potere.

"Perché i motivi agiscano, si richiede non soltanto la loro esistenza, ma anche l'esser conosciuti. Come l'esser ignorate toglie a circostanze effettivamente esistenti ogni maniera d'azione, così possono d'altra parte circostanze affatto immaginarie agire al modo delle reali, non solo per effetto d'una illusione isolata, ma anche nel loro complesso, e durevolmente. Se per esempio un uomo viene fermamente convinto che ogni buona azione gli sarà a cento doppi ripagata nella vita futura, codesta persuasione vale e vige come una sicura cambiale a lunghissima scadenza, ed egli per egoismo può dare, come, sotto altri riguardi, per egoismo prenderebbe."

(Schopenhauer, Il mondo)

In breve la schiavitù

"Marx aveva scoperto che la vita sociale è dominata dalle condizioni della produzione economica e dalle lotte di classe che ne sono derivate a partire da un dato momento della storia. Il dominio della classe oppressa da parte dei proprietari dei mezzi sociali di produzione solo raramente si serve dei mezzi della forza brutale; la loro arma principale è il potere ideologico sugli oppressi che rafforza notevolmente l'apparato statale. Marx indicava come prima premessa della storia e della politica l'uomo vitale, produttivo con le sue caratteristiche fisiche e psichiche. La struttura caratteriale dell'uomo attivo, il cosiddetto <fattore soggettivo della storia> nel senso di Marx, è rimasta inesplorata."

Scoperte da Marx le origini economiche e i modi dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, scrive Reich, resta da esplorare "... per quale motivo gli uomini da millenni subiscano e tollerino lo sfruttamento e l'umiliazione morale, in breve la schiavitù. "

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

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venerdì 24 ottobre 2014

La conchiglia di Calatrava


La teoria delle pulsioni

"Manifestazione del carattere è l'azione; il carattere si manifesta per motivi che agiscono tramite la conoscenza. Ma la conoscenza è mutevole, spesso oscilla tra errore e verità, sebbene di regola venga sempre più a rettificarsi  col proceder della vita. Perciò è possibile che la condotta di un uomo venga osservabilmente cambiata senza che si possa inferirne un cambiamento del suo carattere. 
Quel che l'uomo veramente e genericamente vuole, l'aspirazione del suo più intimo essere e la meta a cui seguendo quell'aspirazione egli è diretto, tutto ciò non possiamo mai modificare né con influenze esteriori né con ammonimenti: per riuscirvi, dovremmo rifarlo di sana pianta.

Seneca dice benissimo: velle non discitur, non s'impara a volere, mostrando con ciò di anteporre la verità ai suoi cari Stoici, che dicevano che la virtù può essere imparata.
Dall'esterno si può influire sulla Volontà solo mediante motivi. Ma questi non posson mai mutare la Volontà medesima: il lor potere si riduce a modificare la strada della sua aspirazione, ossia a far ch'ella cerchi per un'altra via quel che immutabilmente s'è proposto. 

Ammonimenti, o più retta conoscenza, insomma tutti gli influssi esteriori, possono bensì avvertirla d'aver sbagliato nei mezzi, e  far ch'ella persegua per tutt'altra via, o addirittura in tutt'altro oggetto, il medesimo scopo a cui già mirava secondo la propria intima natura: ma non posson mai fare ch'ella voglia davvero cosa diversa da quella fino allora voluta, la quale rimane immutabile, essendo per l'appunto tutt'uno con quella Volontà medesima, che altrimenti dovrebbe esser soppressa. 

Invece la mutevolezza della conoscenza, e quindi della condotta, va tanto oltre che la Volontà si sforza di raggiungere il suo scopo immutabile, per esempio il paradiso di Maometto, ora nella vita reale, ora in un mondo immaginario, disponendo a ciò i mezzi opportuni, e quindi nel primo caso adoprando astuzia, violenza e inganno, nel secondo astinenza, giustizia, elemosina, pellegrinaggio alla Mecca. Ma per questo non è mutata la sua aspirazione, e tanto meno egli stesso. Quindi, anche se il suo operare può esser molto diverso in diverse epoche, è il suo volere tuttavia rimasto il medesimo. Velle non discitur."


(Schopenhauer, Il mondo)
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E questa è, per grandi linee, la teoria freudiana delle pulsioni.
Freud le considerava la manifestazione psichica del tendere corporeo verso la vita e la propria realizzazione - le pulsioni, diceva, si situano concettualmente tra corporeo e psichico, e mostrano nell'uomo una minore rigidità degli istinti negli animali ma restano una forza costante che tende al raggiungimento della sua meta. Distinte teoricamente in un primo momento in autoconservative e sessuali, a queste pulsioni tendenti alla vita Freud aggiunse in "Al di là del principio del piacere", pulsioni che tendono alla morte (al ritorno allo stato inorganico - principio di costanza, dello stato di quiete turbato dalla vita) che farebbero parte della "Volontà" umana. Solo la fusione con Eros (autoconservazione e sessualità) permetterebbe a Thanatos di non annientare  la vita materialmente o psichicamente in una eterna coazione a ripetere.

Schopenhauer si era fermato alle pulsioni di autoconservazione e sessuali (la Volontà di vivere), considerando sufficiente il dominio dell'egoismo individuale umano, basato sulla negazione di fatto della coesistenza degli altri esseri umani e degli animali (usati come oggetti inanimati che possono essere sfruttati, torturati e uccisi), a comprendere le devastazioni di cui è capace l'essere umano.
Un egoismo, quello di Schopenhauer, anzitutto cognitivo: gli altri non esistono, o al più sono "pallidi fantasmi". Poi, tutto è possibile.

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Sessualità e liberazione

"Se la repressione sociale della vita amorosa naturale è eliminabile, e se essa costituisce il meccanismo centrale della struttura caratteriale che è incapace di libertà, allora la situazione non è disperata. Allora sì, alla società è data la possibilità di superare le circostanze sociali che noi chiamiamo <peste psichica>"

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)
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Qui, nel suo dire, Reich perde contatto con la complessità della realtà di cui sta parlando.
Si capiscono le parole: “struttura caratteriale incapace di libertà”, con tutte le precisazioni che ci sarebbero da fare. Ma “meccanismo centrale” di questa struttura?
La parola “meccanismo” è scelta linguistica inadeguata, ma, pur accettandola, "meccanismo centrale della struttura caratteriale incapace di libertà” cosa significa? L'origine, della struttura caratteriale in oggetto? I processi psicofisici che la producono? Gli stimoli ambientali che questi processi hanno innescato, provocato? Il modo di funzionare della struttura caratteriale?

“La repressione sociale della vita amorosa naturale” costituisce, secondo Reich, “il meccanismo centrale della struttura caratteriale incapace di libertà”: ne è l'origine, la causa? Oppure ne è il sintomo principale, e la struttura caratteriale è prodotta da altri fattori?
Reich pensa che sia la causa. La liberazione sessuale comportamentale, fisica, dovrebbe infine produrre una liberazione generale della persona, un suo raggiungimento psichico, della maturità umana in senso lato.

C'è da tener presente che la repressione sessuale è aspetto importante, significatico, di una repressione più ampia, che va a coartare la mente e il comportamento dall'infanzia in poi, con una gravità che nell'età adulta si esplica soprattutto sulle donne.
Inoltre, sebbene esista una simmetria del rapporto tra comportamento e mente, per cui anche agendo sul comportamento si hanno modificazioni mentali, questa simmetria non è affatto "meccanica": anzi, è proprio la complessità della connessione tra mente e comportamento, tra conoscenza e prassi, tra realtà materiale e realtà psichica, a far fallire le soluzioni unilaterali di emancipazione umana.

giovedì 23 ottobre 2014

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Il rogo e i miracoli

"Quando vi è di mezzo un Copernico, il rogo è subito pronto. Ma quando si tratta di un politicante che spaccia per verità le assurdità più incredibili e che oggi afferma che è vero esattamente il contrario di quanto aveva spacciato per vero ieri, allora milioni di persone cadono in delirio e gridano al miracolo."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

Le origini della psicoanalisi

"La Volontà è stata considerata come un atto di pensiero e di giudizio: ciascun uomo diventerebbe quel ch'egli è solo per effetto della sua conoscenza. Nascerebbe al mondo privo di quasiasi predisposizione morale; quivi conoscerebbe le cose, e si risolverebbe allora a esser questo o quello, ad agire così o così; potrebbe, anche in seguito a nuova conoscenza, scegliere una nuova linea di condotta, ossia diventare affatto un altro. Inoltre, quando così fosse, nel momento in cui riconoscesse un oggetto per buono, come tale dovrebbe volerlo, invece che prima volerlo e solo per effetto di codesto suo volere chiamarlo buono.

Secondo me tutto ciò è un capovolgere lo stato vero delle cose. La Volontà originaria è l'elemento primo; la conoscenza non sopraggiunge che più tardi, come strumento della Volontà.


Ciascun uomo è quindi quel ch'egli è per la sua Volontà inconscia, e il suo carattere è originario, essendo il volere la base del suo essere. Dalla sopravveniente conoscenza apprende, nel corso dell'esperienza, ciò ch'egli è; ossia, apprende a conoscere il proprio carattere. Conosce se stesso dunque per effetto e in conformità della natura del suo volere: e non già vuole per effetto e in conformità del suo conoscere. 


Se fosse vero che il suo volere deriva dalla conoscenza basterebbe ch'egli riflettesse sul come più gli piacerebbe essere, e così sarebbe: tale è la libertà del volere, secondo la concezione suddetta. La quale dunque consiste propriamente nel ritenere che l'uomo si faccia da sé, nella luce della conoscenza. Io viceversa dico: l'uomo si fa da sé prima d'ogni conoscenza, e questa interviene per dar lume a quel ch'è già fatto. Quindi non può l'uomo decidere d'esser fatto in un modo piuttosto che altrimenti, né può diventare un altro: bensì egli è, e quel che sia conosce successivamente. Per i seguaci della vecchia concezione, egli vuole ciò che conosce; per me, conosce quel che vuole."

(Schopenhauer, Il mondo)
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In condizioni ambientali non strettamente e violentemente condizionanti, ciò che dice Schopenhauer è onesto, coraggioso, quasi certamente vero per la singola persona, per l'individuo.
Io sono ciò che ho fatto e faccio della mia vita: questa è stata ed è la mia vera volontà, anche se ho coltivato a livello di coscienza altra volontà ideale, un "vorrei essere ciò che non sono", o peggio un "sono ciò che non sono". In relazione con una realtà non annullante, io infine io sono ciò che ho voluto essere all'interno di limiti ed ostacoli che avrei potuto evitare o superare; in condizioni vivibili, io sono ciò che la mia volontà inconscia mi ha portato ad essere: con sguardo ampio sulla mia vita reale, dall'insieme delle scelte che ho materialmente compiuto posso sapere chi veramente sono.
Al più, su questa linea di pensiero indicata qui da Schopenhauer, posso arrivare a pensare di me stesso che sono il prodotto reale della mia volontà e che questa realtà comprende una falsa coscienza, una errata autostima, un ideale di me stesso che ho avuto bisogno di coltivare, un conflitto tra ciò che sono e ciò che idealmente vorrei essere - e con ciò potrei cominciare a non avere più bisogno di questo narcisistico io ideale. 

mercoledì 22 ottobre 2014

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Un'autentica espressione

"Dopo che circostanze e mutamenti sociali hanno trasformato le esigenze biologiche originarie dell'uomo in struttura caratteriale, la struttura caratteriale riproduce sotto forma di ideologie la struttura sociale della società.
Ciò che è <naturale> ed <elevato> nell'uomo, ciò che lo lega al suo cosmo, ha trovato soltanto nell'arte, soprattutto nella musica e nella pittura, un'autentica espressione. Ma finora non ha esercitato alcuna sostanziale influenza sulla formazione della società umana, se per società si intende non la cultura di un ristretto gruppo di persone ricche appartenenti alla classe dominante, ma la comunità di tutti gli uomini."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

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Questo limpido prospettare

"L'intelletto apprende le risoluzioni della volontà inconscia solo a posteriori, in maniera empirica, e non ha, al momento di scegliere, nessun dato per saper ciò che la volontà inconscia deciderà. 
Non entra nella conoscenza dell'intelletto il carattere inconscio della volontà, in virtù del quale, dati questi o quei motivi, una sola decisione è possibile, e perciò necessaria; ma soltanto il carattere empirico individuale gli diviene noto a grado a grado, per i suoi singoli atti. 

Sembra perciò alla consapevolezza dell'intelletto che, in un dato caso, siano possibili due opposte risoluzioni in pari modo. Invece è come se davanti a una sbarra fissata verticalmente ma scossa nel suo equilibrio e oscillante si dicesse che «può abbattersi a destra o a sinistra»; il qual «può» non ha tuttavia che un valore soggettivo, e in verità vuol dire: «secondo i dati che a noi constano»; mentre oggettivamente è la caduta già in modo necessario determinata, non appena ha principio l'oscillazione. Similmente la decisione della propria volontà è indeterminata solo per il suo osservatore, e quindi relativa e soggettiva; mentre in se stessa e oggettivamente, ad ogni scelta che si offra, la decisione è già determinata e necessaria. Ma codesta determinazione non sale alla coscienza, se non con la decisione che ne deriva.

Ne abbiamo una prova empirica, quando ci sta davanti una scelta difficile e importante, e tuttavia soggetta a una condizione che noi speriamo, ma che non s'è ancora avverata; sì che lì per lì non possiamo far nulla, e dobbiamo attendere passivamente.


Allora prendiamo a riflettere quale sarà la nostra decisione, quando si saranno presentate le circostanze che ci permettano libera azione e scelta d'un partito. Il più sovente a favore dell'uno parla più forte la lungi veggente, ragionevole riflessione; ed a favor dell'altro la spontanea inclinazione. 


Fino a quando noi, costretti, restiamo passivi, sembra che la parte della ragione abbia il sopravvento; ma già prevediamo con qual violenza l'altra parte ci tirerà, non appena sarà venuto il momento d'agire. Fino allora ci siamo affaticati, con fredda meditazione del pro e contro, a porre nella miglior luce i motivi dell'una e dell'altra parte, affinchè ciascuno possa agire con tutta la sua forza sulla volontà, quando sarà il momento, e un errore da parte dell'intelletto non abbia per avventura a disviare la volontà, facendo che ella si risolva altrimenti da come si risolverebbe quando tutto vi avesse egualmente influito. 


Ma questo limpido prospettare i contrastanti motivi è tutto ciò che l'intelletto può fare per la scelta. La scelta vera esso l'attende con la medesima passività, con la medesima curiosità intenta, come se attendesse quella d'una volontà estranea. Ben possono a lui, dal suo punto di vista, entrambe le risoluzioni apparire come egualmente possibili: questa è appunto l'illusione dell'empirica libertà del volere. Che in modo affatto empirico entra la risoluzione, come un tratto finale, nella sfera dell'intelletto; tuttavia essa proviene dalla natura intima, dal carattere inconscio della volontà individuale nel suo conflitto con certi dati motivi; e quindi ha forza d'assoluta necessità. 


In ciò l'intelletto non può fare altro che lumeggiar da ogni parte e ben chiaro la natura dei motivi, ma non già determinare la volontà inconscia medesima; essendo questa a lui inaccessibile, anzi, insondabile."

(Schopenhauer, Il mondo)

martedì 21 ottobre 2014

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Edipo e Narciso al supermercato

“Sin dalla suddivisione della società in proprietari dei mezzi di produzione e proprietari della merce forza lavoro, ogni ordinamento sociale è stato determinato dai primi, indipendentemente  dalla volontà dei secondi, anzi, nella maggior parte dei casi, contro la loro volontà. 
Poiché questo ordinamento comincia a formare le strutture psichiche di tutti i membri della società, esso si riproduce negli uomini. E poiché questo avviene con la trasformazione e l'utilizzazione dell'apparato pulsionale che è governato dai bisogni libidici, esso viene anche ancorato affettivamente in essi.  
Il primo e più importante luogo di riproduzione dell'ordinamento sociale è, sin da quando esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, la famiglia patriarcale che crea nei figli il terreno caratteriale adatto ad assorbire le successive influenze dell'ordine autoritario. 
Se la famiglia rappresenta il primo luogo di produzione delle strutture caratteriali, lo studio del ruolo esercitato dall'educazione sessuale nel sistema educativo complessivo insegna che è attraverso gli interessi e le energie libidiche che avviene l'ancoramento dell'ordine sociale autoritario
Le strutture caratteriali degli uomini di un determinato periodo o di un determinato sistema sociale non sono quindi soltanto un riflesso di quel sistema, ma, cosa che è molto più importante, rappresentano il suo ancoramento.”

(W. Reich, Analisi del carattere, Prefazione alla prima edizione, 1933)
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Anche se la famiglia non è di tipo patriarcale, resta comunque il luogo della prima trasmissione delle modalità percettive, affettive e cognitive, dominanti: la prima selezione delle predisposizioni innate, quali coltivare e quali ignorare o reprimere, avviene nella famiglia prima che all'asilo e poi alla materna e così via.

Potrebbe superare i terrori

 "Ciò che temiamo nella morte non è il dolore: in parte perché questo sta di qua dalla morte, in parte perché sovente dal dolore ci rifugiamo nella morte, come d'altronde all'opposto affrontiamo talvolta il più atroce dolore per sfuggire un momento alla morte, fosse pur rapida e lieve. 

Distinguiamo dunque dolore e morte come due mali affatto diversi: ciò che nella morte temiamo è in realtà la fine dell'individuo, che tale apertamente ci si palesa la morte, e poiché l'individuo è la volontà di vivere stessa in una singola oggettivazione, tutto l'essere suo contro la morte si ribella. 


Ma, dove in siffatta maniera il sentimento ci lascia senza difesa, può nondimeno subentrare la ragione, e vincere le ripugnanze di quello, elevandoci ad una considerazione più alta dove noi, invece del singolo, abbiamo davanti agli occhi il tutto: una cognizione filosofica dell'essenza del mondo potrebbe superare i terrori della morte, nella misura in cui la riflessione avesse per un dato individuo il sopravvento sul diretto sentire."


(Schopenhauer, Il mondo)

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lunedì 20 ottobre 2014

Il marchio di fabbrica

“Nella società divisa in classi è sempre la classe dominante che, con l'aiuto dell'educazione e delle istituzioni familiari, difende la propria posizione trasformando le proprie ideologie in ideologie dominanti. Ma non si limita soltanto all'imposizione delle ideologie a tutti i membri della società: si tratta di un processo molto profondo che si verifica in ogni generazione di quella determinata società, di una modifica e di una formazione di strutture psichiche fatte su misura per quell'ordinamento sociale, e questo processo avviene in tutti gli strati della popolazione.

La psicologia del carattere ha dunque un compito ben preciso: trovare i mezzi e i meccanismi con cui avviene la trasformazione dell'esistenza sociale in struttura psichica e quindi anche in ideologia.

La psicoanalisi deve studiare le influenze esercitate sull'apparato delle pulsioni sia dalla semplice esistenza materiale (nutrimento, alloggio, abbigliamento, processo lavorativo), cioè dal modo di vivere e dal soddisfacimento dei bisogni, che dalle cosiddette sovrastrutture sociali, e cioè dalla morale, dalle leggi e dalle istituzioni, e deve afferrare, nel modo più completo possibile, tutti quei processi intermedi che trasformano la «base materiale» in «sovrastruttura ideologica ».”

(W. Reich, Analisi del carattere, Prefazione alla prima edizione, 1933)

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Siamo tutti ergastolani

"Nessuno ha una vera, vivente persuasione della certezza della propria morte, perché altrimenti non vi potrebbe essere una così grande differenza tra la sua disposizione d'animo e quella di un condannato a morte: l'uomo, pur riconoscendo quella certezza in astratto e teoricamente, la mette in disparte come altre verità teoriche, inservibili nella pratica, senza punto accoglierla nella sua vivente conscienza."

(Schopenhauer, Il mondo)

A te mi declino

"Se si considera la cultura riconoscendo nel declino della vecchia civiltà non il declino di tutta la civiltà, ma soltanto di una precisa civiltà, cioè quella autoritaria, che è gravida della nuova forma di civiltà, quella veramente libera, allora avviene automaticamente anche un cambiamento nella valutazione di quegli elementi culturali che prima sono stati considerati positivi o negativi. Si tratta di comprendere quale rapporto esiste fra rivoluzione e quei fenomeni che dal punto di vista del reazionario vengono considerati sintomi di declino."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

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Cara, sei proprio un'animalessa

"I dogmi mutano, e il nostro sapere è illusorio, ma la natura non sbaglia: il suo corso è sicuro, ed ella non lo cela. Ogni cosa è tutta in lei, ed ella è tutta in ogni cosa. In ciascun animale ha ella il suo centro: ogni animale ha trovato sicuramente la propria via dell'essere, come sicuramente la troverà per uscirne: frattanto vive senza tema di annientamento e libero da preoccupazioni, sorretto dalla conscienza di essere egli la natura medesima, e come lei eterno.

Soltanto l'uomo trae seco in concetti astratti la certezza della propria morte: tuttavia questa, ed è molto strano, può angustiarlo solo per momenti isolati, quando una circostanza la richiama alla fantasia. Contro la poderosa voce della natura può la riflessione ben poco. Anche in lui, come nell'animale che non pensa, impera come durevole stato quella certezza, proveniente dalla più intima conscienza, ch'egli è la natura, è il mondo medesimo; per la qual certezza il pensiero della morte sicura e mai lontana nessun uomo inquieta visibilmente, che ciascuno invece vive come dovesse vivere in eterno."


(Schopenhauer, Il mondo)

domenica 19 ottobre 2014

Mutanda

"La nostra risposta è di tipo scientifico. Si fonda sulla incapacità degli uomini di essere liberi, e non la considera assoluta ed eterna, bensì nata in seguito a vecchie condizioni sociali, e quindi soggetta anche ad essere mutata."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

Infinito numero di possibili individui

"Tutta la natura è fenomeno e realizzazione della volontà di vivere. Forma di tale fenomeno sono tempo, spazio e causalità, e quindi, per lor mezzo, individuazione; la qual cosa fa sì che l'individuo debba nascere e morire, ma non tocca la volontà di vivere più che il complesso della natura non venga toccato dalla morte di un individuo. Poiché non l'individuo, ma soltanto la specie importa alla natura, la quale per la conservazione della specie si affatica con ogni sforzo, a quella provvedendo con così larga prodigalità mediante la smisurata sovrabbondanza dei gameti e la gran forza della fecondità. Invece l'individuo non ha per lei valore alcuno, perché tempo infinito, infinito spazio, e in essi infinito numero di possibili individui sono il regno della natura, sempre pronta a lasciar cadere l'individuo - il quale non solo è esposto alla rovina in mille modi, per i più piccoli accidenti, ma alla rovina è fin da principio destinato e dalla natura stessa condotto, dal momento in cui è servito alla conservazione della specie."

(Schopenhauer, Il mondo)


Se mi venisse in mente

"Se mi venisse in mente di affermare di essere un santo e di fracassare contemporaneamente il cranio del mio vicino con un'ascia, verrei rinchiuso in un manicomio oppure finirei sulla sedia elettrica. Ma questa è esattamente la contraddizione nell'uomo fra i suoi <valori ideali> da una parte e il suo reale comportamento dall'altra."

(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo)

Come l'ombra il corpo

"Il fenomeno accompagna la Volontà come l'ombra il corpo, e dov'è Volontà, sarà anche vita, mondo. Alla volontà di vivere è dunque assicurata la vita, e fin quando siamo pieni della volontà di vivere non dobbiamo trovarci in ansia per la nostra esistenza - neppure in vista della morte. Vediamo bensì l'individuo nascere e perire: ma l'individuo è soltanto fenomeno, non esiste se non per la conoscenza irretita nella ragione, nel processo di individuazione: in virtù di questo invero riceve la propria vita come un dono, vien fuori dal nulla, soffre poi per morte la perdita di quel dono, e al nulla fa ritorno."

(Schopenhauer, Il mondo)


Volontà inconscia originaria

"Nel mondo quale rappresentazione la Volontà ha il proprio specchio, in cui conosce se stessa per gradi progressivi di limpidità e di compiutezza, dei quali il più alto è l'uomo.
Ma l'essere dell'uomo raggiunge la sua piena espressione mediante la serie coerente delle sue azioni, e il nesso cosciente delle azioni è reso possibile dalla ragione, mentre la Volontà considerata in se stessa è inconscia: è un cieco, irresistibile impeto, quale noi già vediamo apparire nella natura inorganica e vegetale, come anche nella parte vegetativa della nostra propria vita. 

Sopravvenendo il mondo della rappresentazione, sviluppato come suo strumento, la Volontà acquista conoscenza di se stessa e di ciò che vuole, che altro non è se non il mondo, la vita, così come si presenta. Ciò che la Volontà sempre vuole è la vita, perciò è tutt'uno, e semplice pleonasmo, quando invece di «Volontà» senz'altro diciamo «Volontà di vivere»."

(Schopenhauer, Il mondo)



sabato 18 ottobre 2014

Il dondismo

"La mia filosofia etica non userà le forme del fenomeno come un bastone da salto per oltrepassare il fenomeno e approdare allo sconfinato dominio delle vuote finzioni. Questo reale mondo della conoscibilità, nel quale noi stiamo e che sta in noi, rimane non soltanto materia, ma limite del nostro studio: ed è così ricco di contenuto, che non potrebbe esaurirlo neppure l'indagine più profonda di cui fosse capace lo spirito umano.

Sono dell'avviso che da una cognizione filosofica del mondo sia lontano chi pensi di poterne cogliere l'essenza storicamente. La vera considerazione filosofica del mondo, quella che ci insegna a conoscere l'essenza intima e ci conduce così al di là del fenomeno, è quella che non chiede il donde e il dove e il perché, ma sempre e in tutto domanda esclusivamente il che cosa del mondo: ossia quella che le cose considera non già in una loro qualunque relazione, non già nel loro iniziare e finire, ma viceversa ha per oggetto proprio quel che avanza quando abbiamo tolto via tutta la conoscenza sottomessa alla ragione, quello che in tutte le relazioni si manifesta senza esser da loro dipendente, l'essenza del mondo sempre eguale a se stessa, le idee del mondo. 


Da questa conoscenza essenziale procede, come l'arte, anche la filosofia; anzi, da questa conoscenza essenziale procede anche quella disposizione dell'animo che conduce alla vera liberazione dal dolore del mondo." 

(Schopenhauer, Il mondo)

venerdì 17 ottobre 2014

Ferro fatto di legno

"Svolgerò in relazione con la condotta umana quell'unico pensiero che forma il contenuto di tutta la mia opera: venendo così a far l'ultimo sforzo ch'io posso, per la comunicazione il più possibile compiuta del pensiero medesimo. Non bisogna attendersi alcuna prescrizione, nessuna teoria dei doveri: ancor meno vi sarà formulato un principio morale universale, quasi universale ricetta per la produzione di tutte le virtù. Né discorreremo di un «dovere assoluto»,  né di una «legge per la libertà», anzi non discorreremo affatto di dovere: è una contraddizione che s'afferra con mano, proclamare libera la volontà e tuttavia prescrivere a lei leggi, in base alle quali ella deve volere: - «deve volere!» - come chi dicesse: ferro fatto di legno!"

(Schopenhauer, Il mondo)


Schopenhauer diventa serio

"... finché la sua forza, così accresciuta, stanca alfine del giuoco, non si volga al serio."

"L'ultima parte del nostro esame si annunzia come la più grave, poiché tocca le azioni degli uomini: oggetto che a ciascuno direttamente importa, e a nessuno può essere straniero o indifferente.

Sotto il rispetto indicato, la parte del nostro esame che ora segue si potrebbe chiamare filosofia pratica, in opposizione alla filosofia teoretica finora trattata. Ma
a mio avviso ogni filosofia è teoretica sempre, essendo a lei essenziale, qualunque sia l'oggetto immediato della ricerca, il rimanere nel campo della considerazione pura e l'investigare, non già il dar precetti. Invece il diventar pratica, il guidar la condotta, il modificare il carattere, sono vecchie pretese cui ella, con più maturo giudizio, dovrebbe alfine rinunciare. 

Qui, dove si tratta del valore e del non valore di un'esistenza, di salvazione o di condanna, non sono i suoi concetti a dare l'esito, bensì lo dà l'essenza più intima dell'uomo stesso: come dice Platone, il demone che lo guida e che non ha scelto, ma che da lui è stato scelto.


La virtù non s'insegna, più che non s'insegni il genio: per lei il concetto è tanto infruttifero, e solo valevole come strumento, quanto è infruttifero per l'arte: saremmo stolti nell'attenderci che i nostri sistemi morali e le nostre etiche suscitassero uomini virtuosi, nobili e santi, come nel chiedere alle nostre estetiche di suscitare poeti, scultori, musici.


La filosofia non può in nessun caso fare altro se non chiarire e spiegare ciò che è dato; recare alla limpida, astratta conoscenza della ragione, sotto ogni rispetto e da ogni punto di vista, quell'essenza del mondo che a ciascuno si esprime intelligibile in concreto, ossia come sentimento."


(Schopenhauer, Il mondo)

giovedì 16 ottobre 2014

Ed egli a lei si ferma

"Il godimento del bello, il conforto che l'arte può dare, l'entusiasmo dell'artista che gli fa dimenticare i travagli della vita, unico privilegio del genio, il solo che lo compensi del dolore cresciuto di pari passo con la chiarezza della coscienza - tutto ciò poggia sul fatto che l'in-sé della vita, la Volontà, l'essere medesimo sono un perenne soffrire, in parte miserabile, in parte terribile, mentre l'essere medesimo quale semplice rappresentazione, puramente intuita o riprodotta dall'arte, libera da dolore, offre un significante spettacolo.

Quest'aspetto del mondo puramente conoscitivo, e la riproduzione sua in un'arte qualsiasi è l'elemento dell'artista. Egli è incatenato dallo spettacolo della Volontà materializzata: vi si indugia, non si stanca di guardarlo e di riprodurlo, e talora ne fa egli medesimo le spese, ossia egli medesimo è la Volontà che in quel modo s'oggettiva e perdura in continuo dolore.


Quella pura, vera e profonda conoscenza dell'essere del mondo gli si fa scopo di per se stessa: ed egli a lei si ferma. Ella non diviene per lui un quietivo della Volontà; non lo redime per sempre dalla Volontà di vivere, ma solo per brevi istanti, e non è ancor una via d'uscita da quella Volontà, ma solo a volte un conforto nella vita stessa; finché la sua forza, così accresciuta, stanca alfine del giuoco, non si volga al serio."


(Schopenhauer, Il mondo)


Che tragedia!

"Il rappresentare una grande sventura è la sola cosa essenziale alla tragedia. Le vie per le quali la sventura può essere introdotta dal poeta, sono di tre specie. 

Può accadere per la straordinaria perfidia d'un carattere, il quale diventa causa della sventura; oppure può accadere per un cieco destino, ossia caso ed errore; oppure la sventura può esser causata in fine dalla semplice situazione rispettiva delle persone, dai loro rapporti, sì che non v'ha bisogno né d'un mostruoso errore o d'un caso inaudito, né d'un carattere che tocchi i confini umani del male: sono caratteri come tanti, messi in circostanze che occorrono spesso, e sono posti di fronte in modo che la situazione li costringe a farsi l'un l'altro, sapendo e vedendo, il più gran male, senza che in ciò il torto sia tutto da una parte sola.

Quest'ultima specie sembra a me di molto preferibile alle altre due: ci fa apparir la più grande delle sventure non come un'eccezione, non come effetto di circostanze rare o di mostruosi caratteri, ma come alcunché venuto facilmente e spontaneamente, quasi per naturale necessità, dall'azione e dai caratteri degli uomini; e appunto perciò la rende in terribile modo vicina a noi stessi. 


E se noi nelle altre due specie vediamo il mostruoso destino e l'orrenda malvagità bensì come forze terribili, ma che solo da gran distanza ci minacciano e alle quali possiamo sfuggire, l'ultima invece presenta a noi quelle forze onde felicità e vita son travolte, come fatte di tal natura che anche contro di noi possono aprirsi la via ad ogni istante; e il più gran dolore può venirci da complicazioni la cui essenza può pesare anche sul nostro destino, e da azioni che noi anche saremmo capaci di commettere: allora rabbrividendo ci sentiamo già in mezzo all'inferno."

(Schopenhauer, Il mondo)




mercoledì 15 ottobre 2014

Lavora per istinto

"Il concetto, per quanto giovi alla vita, per quanto utile, necessario e fecondo alla scienza, è sempre sterile per l'arte. Vera e unica sorgente d'ogni genuina opera d'arte è l'idea percepita: nella sua robusta originalità viene attinta unicamente alla vita medesima, alla natura, al mondo e unicamente per mezzo del genio vero, o di chi sia per quel momento asceso fino a raggiungere la genialità. Solo da questa diretta concezione nascono capolavori che recano in sé vita immortale.

Appunto perché l'idea è intuitiva, e tale rimane, l'artista non è consapevole in astratto dell'intenzione e della meta a cui tende l'opera sua; non un concetto, ma un'idea gli fluttua davanti: perciò non può render conto del suo operare. Lavora, come si suol dire, di puro sentimento, e inconsapevole, anzi per istinto. Viceversa imitatori, artefici di maniera, procedono nell'arte movendo dal concetto: prendono nota di ciò che nelle vere opere d'arte piace e commuove, se lo rendono chiaro, lo afferrano in forma di concetto, astrattamente, e lo imitano infine, in modo aperto o palese, con avveduta intenzione. Succhiano il loro nutrimento, simili a piante parassite, da opere altrui; e, simili a polipi, prendono il  colore di ciò che mangiano.


Il genio viene bensì educato e formato dai predecessori e dalle opere loro, ma sono la vita e il mondo stesso, direttamente, che lo fecondano con l'intuizione: perciò anche una ricchissima cultura non può recar danno alla sua originalità. Invece gli imitatori, i manieristi percepiscono in forma di concetto l'essenza dei capolavori altrui, ma i concetti non possono mai dar vita interna a un'opera. 


I contemporanei - ossia l'opaca folla d'ogni generazione - non conoscono anch'essi altro che concetti, e vi si attaccano, e accolgono quindi le opere manierate con rapido e alto plauso: ma le stesse opere sono dopo brevi anni già indigeste, perché lo spirito del tempo - vale a dire i concetti dominanti - in cui quelle avevano la loro unica base, è mutato. Soltanto le vere opere d'arte, le quali dalla natura e dalla vita sono direttamente inspirate, rimangono perennemente giovani, e sempre poderose. Infatti non appartengono a una data epoca, ma all'umanità: e come perciò appunto dal loro proprio tempo, a cui disdegnarono di conformarsi,  furono tiepidamente accolte e furono tardi e contro voglia riconosciute, così in compenso non possono invecchiare, e ancor nei tempi più lontani parlano con voce fresca e sempre giovane."

(Schopenhauer, Il mondo)


La necessità della modestia

"Per riconoscere e ammettere spontaneamente, liberamente, il valore altrui, bisogna averne di proprio. Su ciò poggia la necessità della modestia malgrado qualsiasi merito, ed anche la lode sproporzionatamente alta di codesta virtù: la quale da chi ardisca esaltare un uomo in qualche modo segnalato è ogni volta aggiunta alle altre lodi di lui, per conciliarsi gli inetti e placarne il livore. Che cos'è la modestia, se non finta umiltà, con la quale, in un mondo turgido di invidia, si vuol mendicare per i propri vantaggi e meriti il perdono di quelli che non ne hanno? Poiché colui il quale né vantaggi né meriti s'attribuisce, perché effettivamente non ne possiede, non è modesto, ma appena onesto."

(Schopenhauer, Il mondo)


martedì 14 ottobre 2014

Per sempre uova

"La fugacità stessa dell'attimo produce una lieve, particolare commozione: il fermare con durevoli tratti l'effimero mondo che incessantemente si trasmuta, in singoli episodi che pur danno immagine del Tutto, è tal compito della fotografia, che sembra rendere immobile il tempo, innalzando il singolo caso all'idea della sua specie."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Anche qui non c'è scritto "fotografia", bensì "pittura". Però...


Genzano, olmata

"... prevale il lato soggettivo del godimento estetico, ossia il piacere che ne abbiamo sta soprattutto nel puro conoscere scevro di volere: mentre il fotografo ci fa veder le cose coi suoi occhi, sentiamo in pari tempo dentro di noi medesimi quasi riflettersi la serenità di spirito e il silenzio della volontà che sono stati necessari per concentrare la conoscenza in quegli oggetti e con amore riprodurli."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Non è vero, non c'è scritto "il fotografo", c'è scritto "il pittore", e sta parlando della pittura di oggetti inanimati, natura quieta, opere architettoniche e loro interni - cose così. La fotografia non è una pittura minore, è altra cosa - si sa - però quello che scrive qui Schopenhauer vale anche per la fotografia.


lunedì 13 ottobre 2014

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Quello lì ha un carattere sublime

"... considera quindi gli uomini in modo affatto obiettivo, e non già secondo le relazioni che possono avere con la sua volontà. Osserverà per esempio i loro difetti, e perfino il loro odio e la loro ingiustizia verso lui stesso senza per ciò sentirsi spinto a odiarli; li vedrà felici, senza provarne invidia; riconoscerà le loro buone qualità, senza desiderare per questo di avvicinarli più intimamente; apprezzerà la bellezza delle donne, senza desiderarle per sé. La sua individuale condizione felice o infelice non lo toccherà molto; piuttosto sarà come Orazio descritto da Amleto:
 
...Tu sempre fosti uno
che, tutto soffrendo, nulla soffra;
un uomo che colpi e favori della fortuna
ha accolto con eguali grazie...

Nel suo corso vitale e nelle traversie di questo, egli scorgerà meno il proprio destino individuale che non il destino dell'umanità in genere, e per conseguenza si comporterà piuttosto come colui che conosce, anziché come colui che soffre."

(Schopenhauer, Il mondo)



domenica 12 ottobre 2014

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Ehi, universo, ma chi ti credi di essere?

"Se ci veniamo a smarrire nel considerare l'infinita grandezza del mondo nello spazio e nel tempo, ripensando ai secoli passati ed ai futuri - o anche, se il cielo notturno veracemente pone davanti al nostro occhio innumerabili mondi - vediamo noi stessi ridotti a un nulla, ci sentiamo, in quanto individui, in quanto corpi animati, in quanto effimere manifestazioni di volontà, come una goccia nell'oceano svanire, scioglierci nel nulla.

Ma in pari tempo, contro codesto fantasma della nostra propria nullità, contro codesta menzognera impossibilità si leva l'immediata coscienza che tutti quei mondi esistono nella nostra rappresentazione quali modificazioni dell'eterno soggetto del puro conoscere - soggetto che riconosciamo in noi stessi non appena dimentichiamo l'individualità, e che è il necessario sostegno, la condizione di tutti i mondi e di tutti i tempi.


La grandezza del mondo, che prima c'inquietava, sta ora in noi. Ma tutto ciò non si presenta subito alla riflessione; invece, si mostra come la coscienza appena sentita d'essere tutt'uno col mondo, e quindi nella sua smisurata grandezza non già schiacciati, bensì innalzati."


(Schopenhauer, Il mondo)


sabato 11 ottobre 2014

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Nella notte di Pechino

I momenti di percezione estetica del mondo "... ci traggono fuori da tutto, come il sonno e il sogno: felicità e infelicità sono svanite, siamo puri soggetti di conoscenza, non esistiamo più se non come l'unico occhio del mondo che guarda da ogni essere conoscente ma nell'uomo soltanto può diventare del tutto libero dal servizio della Volontà: e allora ogni distinzione da individuo a individuo svanisce a tal punto da diventare indifferente a chi appartenga l'occhio che contempla - né felicità né pena vengono portati con noi al di là da quei confini. 

Così vicino a noi sta sempre un dominio nel quale siamo del tutto strappati dai nostri affanni. Ma chi ha la forza di trattenervisi a lungo? Non appena si riaffaccia alla coscienza una qualsiasi relazione tra la realtà contemplata e la nostra volontà, la nostra persona, ha fine l'incantesimo:  torniamo alla conoscenza governata dalla ragione, torniamo alla cosa singola, l'anello d'una catena alla quale noi stessi apparteniamo; e siamo restituiti a tutto il nostro affanno."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Il principe ignoto
          Nessun dorma! Nessun dorma! 
          Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle
che tremano d'amore e di speranza...
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà!
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
che ti fa mia.
Voci di donne (le stelle)
Il nome suo nessun saprà...
E noi dovrem, ahimè, morir, morir!
Il principe ignoto
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
Tramontate, stelle! All'alba vincerò!
(Puccini, Turandot)

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venerdì 10 ottobre 2014

E noi ci sentiamo benissimo

"Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre, la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà presto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non conosciuto ancora.
Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole, che più non muti: bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento.


Quindi finché la nostra conscienza è riempita dalla nostra volontà, finché siamo abbandonati alla spinta dei desideri col suo perenne sperare e temere, finché siamo soggetti del volere, non ci è concessa durevole felicità né riposo. Che noi andiamo in caccia o in fuga, che temiamo sventura o ci affatichiamo per la gioia, è in sostanza tutt'uno; la preoccupazione della Volontà sempre esigente, sotto qualsivoglia aspetto, empie e agita perennemente la conscienza, e senza pace nessun benessere è mai possibile.


Ma quando una causa esteriore, o un'interna disposizione ci trae all'improvviso fuori dall'infinita corrente del volere, quando l'attenzione percepisce senza interesse personale, senza soggettività, dandosi tutta ad esse, allora sopravviene d'un tratto, spontaneamente, la pace sempre cercata e sempre sfuggente; e noi ci sentiamo benissimo."


(Schopenhauer, Il mondo)


Ti piace?

"Con l'opera d'arte il genio comunica l'idea percepita agli altri, per i quali il piacere estetico è lo stesso, sia esso prodotto da un'opera dell'arte o direttamente dall'intuizione della natura e della vita. L'opera d'arte è semplicemente un mezzo per rendere più facile quella conoscenza in cui consiste il piacere estetico. Lo svelarsi a noi dell'idea nell'opera d'arte più facilmente che non direttamente dalla natura e dalla realtà dipende dal fatto che l'artista appunto ha riprodotto nella sua opera l'idea pura tralasciando ogni causalità perturbatrice.
L'artista ci fa guardare dentro al mondo attraverso i suoi occhi. L'avere questi occhi, il conoscere nelle cose l'essenziale, è proprio il dono del genio, la sua qualità innata, ma l'essere in grado di comunicare anche a noi questo dono, dare a noi i suoi occhi, è la qualità acquisita, la tecnica dell'arte."


(Schopenhauer, Il mondo)


giovedì 9 ottobre 2014

Cosa prova questo?

"Lo sguardo dell'uomo in cui il genio vive e opera, fa distinguere costui facilmente, perché, vivace e fermo insieme, ha il carattere della contemplazione. Invece nell'occhio dell'altro - quando non sia, come è il più spesso, opaco o insignificante - si osserva facilmente il vero contrapposto della contemplazione: il cercare.

La conoscenza geniale, ossia conoscenza dell'idea, è quella che non segue il principio di ragione, l'altra invece che lo segue dà nella vita saggezza e raziocinio, e produce le scienze.


Eccellenti matematici hanno poca comprensione per le opere delle arti belle, come è espresso in modo particolarmente ingenuo dal noto aneddoto di quel matematico francese che dopo aver letta l'Ifigenia di Racine domandò alzando le spalle:
Qu'est-ce-que cela prouve? 

Un'acuta comprensione dei rapporti secondo la legge di causalità e motivazione costituisce l'intelligenza, mentre la conoscenza geniale non è rivolta alle relazioni, per cui ne viene che un uomo intelligente, in quanto e nel mentre è tale, non ha genio; e l'uomo di genio, in quanto e nel mentre è tale, non è intelligente.

È anche raro trovare grande genialità unita a predominante ragionevolezza, che anzi al contrario individui geniali sono spesso in preda ad effetti violenti e irragionevoli passioni. E di ciò non è punto causa debolezza di ragione, bensì, in parte, eccezionale energia che si manifesta con la vivacità di tutti gli atti volitivi, e in parte predominio della conoscenza intuitiva su quella astratta, predominio che dirige l'azione verso l'irazionalità: l'impressione del presente è su di loro potentissima, li trascina all'atto inconsapevole, all'affetto, alla passione. Che genialità e pazzia abbiano un lato in cui confinano, anzi si confondono, fu osservato sovente.


Platone, nel mito della caverna oscura, dice: Coloro che fuori della caverna hanno contemplata la vera luce solare e le cose davvero esistenti, non possono rientrando nella caverna più nulla vedere, perché i loro occhi hanno perduto l'abitudine dell'oscurità, né più sanno distinguere lì sotto le ombre; ed essi vengono perciò nei loro errori derisi dagli altri che non sono mai usciti da questa caverna e da queste ombre."


(Schopenhauer, Il mondo)


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Ripartire dall'abc

mercoledì 8 ottobre 2014

Io indugio, tu indugi, egli non indugia

"L'uomo comune è capace solo di guardare le cose fugacemente: rivolge la sua attenzione alle cose solo in quanto esse abbiano una qualche relazione con la sua volontà. E poiché per questo tipo di attenzione è richiesta solamente la conoscenza delle relazioni, è sufficiente ed anzi è spesso più valido il concetto astratto della cosa, per cui l'uomo comune non s'indugia a lungo nell'intuizione pura, non poggia a lungo lo sguardo sopra una realtà, bensì cerca subito in tutto ciò che gli si offre soltanto il concetto al quale la cosa va ricondotta, come il pigro cerca la sedia - e non se ne interessa più oltre. Egli non indugia: cerca soltanto la sua strada nella vita, o anche, per ogni caso, tutto ciò che potrebbe essere un giorno la sua strada, ossia cerca notizie topografiche nel senso più ampio della parola: con l'osservazione della vita stessa non sta a perder tempo."

(Schopenhauer, Il mondo)


Si siede sempre sulla stessa panchina e sta a guardare chi passa


e il nuotar m'è dolce in questo mare

"La genialità è l'attitudine a contenersi nella pura intuizione, a perdersi nell'intuizione, e la conoscenza, che in origine esiste soltanto in servizio della volontà, sottrarre a codesto servizio; ossia il proprio interesse, il proprio volere, i propri fini perdere affatto di vista, e così spogliarsi appieno per un certo tempo della propria personalità per rimanere alcun tempo qual puro soggetto conoscente, chiaro occhio del mondo."

(Schopenhauer, Il mondo)
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I momenti di "pura intuizione" - pura percezione sensoriale di realtà materiali - sono sottratti alla automaticità della Volontà di vivere, avvengono in una sospensione dei suoi fini, e la conoscenza che si ottiene non è funzionale al raggiungimento di qualcosa: non c'è causa né ricerca di effetto. Questi sono momenti che possono avvenire a molti di noi consapevolmente, e probabilmente a tutti inconsapevolmente - agli psichici, ai vivi vivi, almeno. Anche su questi momenti della nostra esperienza di vita Schopenhauer poggia il suo invito a fermare gli automatismi che ci porterebbero ad essere meri realizzatori di una Volontà biologica di sopravvivenza e di procreazione, espressione di una più universale Volontà, flusso di energia-materia che, scrive più volte Schopenhauer, è privo di spazio-tempo-causalità, non ha causa né scopo - come i momenti di pura percezione estetica, i quali, a differenza della Volontà, hanno inizio e fine, come la nostra vita individuale.