martedì 30 settembre 2014

Il fabbro e il Newton del filo d'erba

"La scienza e la filosofia della natura non si pregiudicano vicendevolmente mai, ma procedono parallele, il medesimo oggetto guardando da differenti punti di vista. 

La scienza dà conto delle cause che hanno prodotto necessariamente il singolo fenomeno da spiegarsi, e mostra a fondamento di ogni sua spiegazione le forze generali attive in tutte codeste cause ed effetti, determina tali cause con precisione, il loro numero, le loro differenze, e quindi tutti gli effetti in cui ciascuna forza, secondo la diversità delle circostanze, si produce diversamente ma sempre in conformità del suo speciale carattere dispiegato secondo una regola infallibile, che si chiama legge naturale. 


Quando la fisica ha compiutamente sotto ogni rispetto esaurito questo compito, è giunta alla mèta. Per conseguenza una legge naturale non è se non la semplice regola, osservata nella natura, secondo cui questa si comporta ogni volta in determinate circostanze, tosto che si mostrino; quindi si può definire la legge naturale come un fatto formulato in forma generale,
un fait généralisé, sì che una completa esposizione di tutte leggi naturali non sarebbe che un completo registro di fatti."

"Vedremo fino a qual segno le spiegazioni fisiche e chimiche applicate all'organismo entro certi limiti possano esser lecite ed utili, man mano ch'io verrò esponendo come la forza vitale si valga bensì e faccia uso delle forze della natura inorganica, ma non sia costituita da esse, più che il fabbro non sia costituito dall'incudine e dal martello.
Perciò nemmeno la semplicissima vita vegetale può essere spiegata con quelle forze, come per esempio con la capillarità e l'endosmosi, e tanto meno la vita animale. 


È una aberrazione della scienza naturale il voler ridurre i più alti gradi dell'obiettità della Volontà ai più bassi; poiché il misconoscere e negare forze naturali primitive e di per sé esistenti è altrettanto errato quanto l'ammettere senza fondamento forze speciali, quando si ha semplicemente una speciale manifestazione di forze già note.
Kant dice dunque con ragione essere assurdo lo sperare in un Newton del filo d'erba, ossia in colui che saprà ridurre il filo d'erba a fenomeno di forze fisiche e chimiche, delle quali esso sarebbe una concreazione casuale, come un semplice giuoco di natura, in cui nessuna Volontà si manifestasse immediatamente in grado elevato e particolare, ma soltanto come  fissato per caso in quella forma."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Qui Schopenhauer usa la formula linguistica "forza vitale" per indicare il "quid" che chiama di solito "Volontà".


Che carattere!

Il caso dermina le manifestazioni del carattere personale, secondo Schopenhauer, ma non il carattere stesso: ci si nascerebbe, dunque, con un certo carattere, indipendentemente dalla madre o dal padre che incontra il bambino che nasce, indipendentemente dalle circostanze di vita, dalle esperienze, dagli apprendimenti, dal convergere casuale degli eventi che si trova a vivere. Le circostanze casuali hanno influenza soltanto sulle manifestazioni del carattere, non sulla formazione del carattere stesso.
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"Che un uomo sia cattivo, un altro buono, non dipende da motivi e da influenza esterna, né da dottrine e prediche; ed è in questo senso assolutamente inesplicabile. Ma se un cattivo mostra la sua cattiveria in meschine ingiustizie, in vili macchinazioni, in basse furfanterie, esercitate nella ristretta cerchia che lo circonda, o se da conquistatore opprime i popoli, e tutto un mondo precipita nella disperazione, e versa il sangue di milioni d'uomini: questa è la forma esteriore, con cui la volontà si manifesta, la sua parte non essenziale, dipendente dalle circostanze in cui il destino ha posto quell'uomo, dall'ambiente, dagl'influssi esteriori, dai motivi. "

Ma poi aggiunge:

"Il modo in cui il carattere di una persona dispiega le sue qualità si può esattamente paragonare a quello in cui ogni corpo della natura incosciente mostra le proprie.
Con tutte le sue insite qualità, l'acqua rimane acqua, sia che essendo lago tranquillo rifletta le proprie rive, sia che spumeggiando precipiti sulle rocce, o per forza d'artificio sprizzi con alto zampillo verso il cielo. Queste varie disposizioni dipendono dalle circostanze esterne, l'una le è naturale come l'altra; e l'acqua mostra o l'una o l'altra secondo le circostanze, egualmente disposta a tutto, ma in ogni caso fedele al proprio carattere e sempre questo solo carattere manifestando. Non altrimenti si manifesterà in qualsivoglia circostanza ciascun carattere umano: ma saranno diverse le sue manifestazioni, come diverse saranno le circostanze."


Si potrebbe pensare che tra le varie "disposizioni" che dipendono dalle circostanze esterne, ci siano anche quelle che poi esiteranno in "bontà" o "cattiveria".

(Schopenhauer, Il mondo)



lunedì 29 settembre 2014

L'ottimismo di Schopenhauer

"Il potere della verità è incredibilmente grande e d'indicibile tenacia. Ne troviamo le tracce frequenti in tutti, anche nei più bizzarri o addirittura più assurdi dogmi di età e paesi diversi: spesso, è vero, in singolare compagnia, in mescolanze stupefacenti - ma tuttavia riconoscibili. La verità rassomiglia a una pianta, che germogli sotto un mucchio di grosse pietre, e tuttavia s'inerpichi verso la luce, affannandosi, con mille  rigiri e contorcimenti, deformata, impallidita - ma pur verso la luce."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Stava scrivendo della convergenza tra il suo pensiero e il "senso profondo della dottrina di Malebranche intorno alle cause occasionali. Questa dottrina, com'egli la espone nelle Recherches de la vérité, vale la pena di confrontarla con la mia presente esposizione, notando il perfettissimo accordo delle due dottrine, malgrado tanta diversità nel procedimento del pensiero. Anzi, mi stupisce che Malebranche, tutto irretito nei dogmi positivi, che l'età sua irresistibilmente gli imponeva, abbia tuttavia saputo, malgrado quei vincoli, sotto un tal peso, coglier con tanta giustezza il vero ed accordarlo con quei dogmi - o almeno con la lettera di essi."

Ciò che scrive sulla verità - cioè il pensare la realtà per quella che è senza perdersi nell'astrattezza logica o farsi ingannare dalle false esistenze a cui la fantasia può dare irreale consistenza - fa parte, a mio parere, dell'ottimismo di Schopenhauer, lo stesso che lo porta a pensare e scrivere che ogni persona che commetta una malvagità prova nel suo intimo un sentimento di rimorso, e che la compassione, cioè la tendenza istintiva a far propria la sorte degli altri - sia essa gioia o dolore, ma soprattutto il dolore - sia presente nell'essere umano di ogni luogo e tempo, e sia la sola possibilità di fondamento di una vera morale nonostante l'egoismo imperante, che pure non gli sfugge.

Se a noi

"Se a noi, io dico, si è svelato che tempo, spazio e causalità non appartengano alle cose in sé, ma esclusivamente al fenomeno, e siano forme della nostra conoscenza, non qualità della cosa in sé: in tal caso ci renderemo conto, che lo stupirsi della regolarità e puntualità con cui agisce una forza naturale, e della piena identità di tutti i suoi milioni di fenomeni, e del loro immancabile prodursi, è invero paragonabile allo stupore d'un bambino o d'un selvaggio, il quale, guardando per la prima volta un fiore attraverso un cristallo sfaccettato, si meravigli della perfetta identità degli innumerevoli fiori che vede, e conti ad uno ad uno i petali d'ogni fiore."

(Schopenhauer, Il mondo)


Ritrovare la meraviglia nei fenomeni quotidiani

"L'infallibilità delle leggi naturali ha qualcosa di sorprendente, anzi, a volte, di quasi terrificante. C'è da stupire, che la natura non dimentichi neppure una volta le sue leggi: che, per esempio, se è conforme ad una legge naturale che nell'incontro di certe sostanze, in determinate condizioni, abbia luogo una combinazione chimica, uno sviluppo di gas, una combustione, ripetendosene le condizioni sia per nostra volontà, sia per caso (dove la regolarità è tanto più sorprendente quanto più inaspettata), oggi come mille anni fa si produca immediatamente e senza indugio il fenomeno determinato.

Questa meraviglia proviamo più vivacemente per certi rari fenomeni producentisi solo in circostanze molto complicate, ma previste per quando codeste circostanze si offrano; come, per esempio, se certi metalli si toccano a vece alterna tra loro e con un liquido acido, e foglioline d'argento poste fra le estremità di questa concatenazione devono improvvisamente consumarsi in verdi fiamme; o come il duro diamante, che sotto certe condizioni si trasforma in acido carbonico. 


È la magica onnipresenza delle forze naturali che allora ci sorprende; e qui osserviamo quel che non ci colpisce più nei fenomeni quotidiani, ossia come la relazione tra causa ed effetto sia in verità misteriosa quanto quella, di cui si favoleggia, tra una formula magica e lo spirito che da lei evocato deve necessariamente comparire."


(Schopenhauer, Il mondo)


domenica 28 settembre 2014

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Sottentrata

"Per gli animali, se si conosce il carattere psicologico della specie si deduce ciò che bisogna attendersi dall'individuo; mentre invece nella specie umana ogni individuo vuol essere studiato e scrutato per sé. E questo è difficilissimo, quando si voglia determinare in anticipazione con qualche sicurezza la condotta di un uomo; perché con la ragione è sottentrata la possibilità della finzione."

(Schopenhauer, Il mondo)


sabato 27 settembre 2014

Noi, qui, muoviamo

"Noi, qui, muoviamo da quel che conosciamo direttamente, nel modo più pieno, e che ci è più famigliare; moviamo da quel che ci sta più vicino, per comprendere ciò che ci è noto solo da lontano, unilateralmente e mediatamente: e dal fenomeno più vivace, più significante, più chiaro vogliamo apprendere a capire il meno compiuto e più debole.

Di tutte le cose, eccettuato il mio proprio corpo, è a me conosciuto un solo aspetto, quello della rappresentazione: la loro intima essenza mi rimane chiusa, ed è un profondo mistero, anche se io conosco tutte le cause, in seguito a cui si producono le loro modificazioni.


Solo dal confronto con ciò che accade in me, se, mentre un motivo mi scuote, il mio corpo compie un'azione, posso penetrare il modo con cui i corpi inanimati si modificano sotto azione di cause, e comprendere così che cosa sia l'intima essenza loro; poiché il conoscer la causa, per cui quell'essenza si manifesta, mi dà semplicemente la regola del suo entrar nel tempo e nello spazio, ma non più. E questo confronto posso fare, perché il mio corpo è l'unico oggetto del quale io non un solo aspetto - quello della rappresentazione - conosca: bensì anche l'altro aspetto, che chiamo Volontà."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Oppure, nel caso si segua il suo dire e poi ci si impunti al termine Volontà, se ne può usare un altro, di proprio gradimento: si tratta di nominare l'innominabile, in fondo, per cui ciò che vale, avendo fatto il percorso di lettura, è capire, intuire, mettendo da parte l'eventuale fastidio del nome.
E' affascinante che Schopenhauer parta dal proprio corpo, la realtà più immediatamente conoscibile da ciascuno, per arrivare a conoscere quella realtà che fino ad allora era considerata più che innominabile: era considerata inconoscibile - la cosa in sé. Non è solo la soluzione filosofica di un antico problema del pensiero umano, è anche l'indicazione dell'unica via che abbiamo per sapere degli altri esseri umani: la partecipazione immediata, istintiva, senza mediazioni astratte, alla loro sorte, alla loro gioia o al loro dolore, possibile solo per estensione agli altri della conoscenza immediata del proprio corpo e dei propri vissuti più intimi - quella che Schopenhauer chiama compassione.


venerdì 26 settembre 2014

Prima del lattice

"È un errore tanto grosso quanto comune, il pensar che siano i più frequenti, più generali e più semplici fenomeni quelli che noi meglio comprendiamo: mentre sono semplicemente quelli a cui si sono meglio abituati il nostro sguardo e la nostra ignoranza. Che una pietra cada in terra, ci è tanto inesplicabile quanto il vedere muoversi un animale."

(Schopenhauer, Il mondo)


Si afferma poderosamente

"Nell'uomo l'individualità si afferma poderosamente: ciascuno ha il suo proprio carattere. Quindi lo stesso motivo non ha su tutti lo stesso potere, e mille circostanze accessorie, che hanno posto nell'ampia sfera di conoscenza d'ogni individuo ma rimangono ignote agli altri, modificano la sua azione per modo che dal solo motivo non si può determinare in precedenza l'azione, poiché manca l'altro fattore, la precisa cognizione del carattere individuale e della conoscenza che lo accompagna.

Invece i fenomeni delle forze naturali mostrano l'altro estremo: queste operano secondo leggi generali, senza deviazione, senza individualità, in base a circostanze palesi sottomesse alla più esatta predeterminazione, e la stessa forza naturale si manifesta identicamente in milioni dei suoi fenomeni.


Per chiarire questo punto, per mostrare l'identica natura della Volontà in tutti i suoi fenomeni tanto diversi, dobbiamo in primo luogo considerare il rapporto che la Volontà come cosa in sé ha col proprio fenomeno, ossia il rapporto che il mondo come Volontà ha col mondo come rappresentazione."


(Schopenhauer, Il mondo)


giovedì 25 settembre 2014

Ora, se noi



 "La chiave per l'intendimento delle cose nella loro sostanza in sé - chiave che sola poteva darci l'immediata cognizione della nostra propria essenza - dobbiamo ora applicarla anche ai fenomeni del mondo inorganico che sono i più remoti da noi stessi.

Ora,

se noi osserviamo questi fenomeni con occhio indagatore; se vediamo il veemente, incessante impeto, con cui le acque precipitano verso il profondo; la costanza, con cui il magnete torna sempre a volgersi al polo; lo slancio, con cui il ferro corre alla calamita; la vivacità, con cui i poli elettrici tendono a congiungersi;

se vediamo il cristallo formarsi quasi istantaneamente, con tanta regolarità di conformazione irrigidita e fissata d'un tratto;


se osserviamo la scelta, con cui i corpi sottratti ai vincoli della solidità e fatti liberi dallo stato liquido si cercano, si sfuggono, si congiungono, si separano;


se infine sentiamo direttamente che un peso, la cui tendenza verso terra sia trattenuta dal nostro corpo, grava e preme incessantemente su di questo seguendo la propria unica tendenza;


- non ci costerà un grande sforzo di fantasia il riconoscere, anche a sì grande distanza, la nostra medesima essenza: quella stessa, che in noi opera secondo i suoi fini alla luce della conoscenza, mentre qui, nei più deboli dei suoi fenomeni, opera in modo cieco, sordo, unilaterale ed invariabile.


Ella è sempre una e sempre la stessa in così diverse manifestazioni, e perciò - come il primo crepuscolo partecipa coi raggi del pieno meriggio del nome di luce solare - in queste ed in quelle deve prendere lo stesso nome, il quale contrassegna ciò che è essenza di ciascuna cosa nel mondo, ed unica sostanza di ogni fenomeno."

(Schopenhauer, Il mondo)


Pura vegetazione, cieca forza

"Ciò che alla nostra rappresentazione della pianta appare pura vegetazione, cieca forza, noi lo apprezzeremo nella sua essenza, e vi riconosceremo quella medesima forza che costituisce la base del nostro proprio fenomeno, quale essa si palesa nella nostra attività, e in primo luogo in tutta l'esistenza del nostro corpo."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Quindi, non se la prendesse, Schopenhauer, se per capire quello che intende per Volontà usiamo anche l'idea generica di "forza", se non proprio il concetto scientifico che lui stesso ha ritenuto improprio a indicare il quid detto "Volontà".




mercoledì 24 settembre 2014

Il restringersi delle pupille



"Il restringersi delle pupille all'aumentar della luce accade in virtù di stimolo, ma passa già fra i movimenti prodotti da motivi: esso accade perché la luce troppo forte impressionerebbe dolorosamente la retina, e noi, per impedirlo, restringiamo la pupilla. La spinta all'erezione è un motivo, essendo una rappresentazione; tuttavia essa agisce con la necessità di uno stimolo, ossia non vi si può resistere, e bisogna allontanare la rappresentazione per renderla inefficace."

L'istinto agisce per stimoli, senza conoscenza, senza rappresentazioni mentali, e per motivi, in cui la conoscenza ha il suo forte ruolo generativo e orientativo. L'istinto sta "tra il movimento prodotto da stimoli e l'agire in forza di motivi conosciuti".

(Schopenhauer, Il mondo)


Messe, masse e massacri

In quanto corpi materiali, scrive Schopenhauer, la nostra vita viene determinata da cause, cioè "stati della materia che ne producono necessariamente un altro" in rapporto direttamente proporzionale: più forte è la causa, più forte è l'effetto - azione e reazione si equivalgono, per cui dall'intensità dell'una si può misurare, calcolare, prevedere l'altra.

In quanto corpi biologici, viventi, la nostra vita viene determinata da stimoli, i quali producono reazioni "la cui intensità non procede punto parallela di grado con l'intensità dell'azione, la quale perciò non può esser misurata su quella: anzi una piccola diminuzione dello stimolo può produrne una grandissima nell'azione, o anche distruggere del tutto l'azione precedente". 
Gli stimoli svolgono la loro azione senza rappresentazione mentale dello scopo da raggiungere, cioè senza conoscenza individuale cosciente.

In quanto umani, cioè animali complessi, la nostra vita è inoltre determinata da motivi, in cui "la causalità è penetrata dalla conoscenza", cioè avviene con l'intervento guida di rappresentazioni mentali.
Anche gli altri animali sono dotati della possibilità di agire con motivi, cioè spinti da rappresentazioni mentali, ma questa modalità comportamentale diventa essenziale nella vita umana.

(Schopenhauer, Il mondo)
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In noi umani, con la ragione che ci pone in condizione diversa dagli altri animali, la rappresentazione mentale formata su intuizione sensoriale diventa rappresentazione astratta, concetto, discorso, e di astrazione in astrazione possiamo perdere il contatto con la realtà, lasciarci guidare dalle rappresentazioni astratte e le loro concatenazioni logiche fino al punto da agire in nome di esistenze solo mentali.
Cioè, l'essere umano ha nella complessità della sua mente una modalità cognitiva che gli permette la sua superiorità pratica di dominio ambientale rispetto ai suoi "fratelli animali". Nella stessa complessità mentale l'uomo ha un nemico che gli altri animali non hanno: il suo comportamento può essere guidato da inesistenze, spesso indotte e coltivate da altri uomini, poiché lo stesso dominio che l'uomo come specie esercita sulla natura e gli altri animali, alcuni uomini lo esercitano anche sui propri fratelli di specie, e l'uso mirato di inesistenze fa parte di questa dominazione. La razionalità al servizio di alcuni individui che usano a proprio vantaggio il potere materiale, economico, militare, e psichico con l'alienazione mentale di grandi "masse".

martedì 23 settembre 2014

La casa conchiglia

"Il guscio della chiocciola non è da attribuirsi ad una volontà guidata da conoscenza come la casa da noi stessi costruita, ma questa casa e la casa della chiocciola le consideriamo ambedue opere della Volontà, che si realizza in entrambi i fenomeni: Volontà che opera in noi secondo motivavioni, e nella chiocciola ciecamente, come un impulso costruttivo rivolto al di fuori. 

Anche in noi la stessa Volontà agisce in vari modi ciecamente: in tutte le funzioni del nostro corpo, che non sono guidate dalla conoscenza, in tutti i suoi processi vitali e vegetativi, digestione, circolazione del sangue, secrezione, sviluppo, riproduzione."


(Schopenhauer, Il mondo)


lunedì 22 settembre 2014

Tu non sai quello che fai

"Che la volontà agisca anche là dove nessuna conoscenza la guida, vediamo subito dall'istinto e dalle tendenze automatiche degli animali. Il fatto che in questi casi il loro agire non è guidato dalla rappresentazione di uno scopo ci mostra che la volontà agisce anche senz'alcuna conoscenza.

L'uccello di un anno non ha nessuna rappresentazione delle uova, per le quali costruisce un nido; un giovine ragno non ne ha della preda, per la quale tesse una rete; non il formicaleone della formica, a cui per la prima volta scava una fossa; la larva del cervo volante fora il legno dove vuol compiere la sua metamorfosi, e quando essa vuol diventare un insetto maschio il foro è doppio di quando vuol diventare femmina, per dar posto alle corna, delle quali non ha ancor nessuna rappresentazione.


In tali atti di codesti animali è pur palesemente in gioco la Volontà, come nelle altre loro azioni; ma essa agisce in un'attività cieca, la quale è bensì accompagnata dalla conoscenza, ma non ne è guidata."


(Schopenhauer, Il mondo)


Quasi diventando un altro

"Nella coscienza personale la volontà vien conosciuta direttamente ed in sé, e in codesta coscienza v'è anche la consapevolezza della libertà. Ma la persona non è volontà come cosa in sé, bensì fenomeno della volontà, e come tale già determinato, già passato nella forma del fenomeno, nell'ambito delle catene causali e della ragione.

Di qui viene il fatto singolare che ciascuno a priori si ritiene del tutto libero, anche nelle sue singole azioni; e ritiene di poter iniziare ad ogni momento un nuovo indirizzo di vita quasi diventando un altro. Ma a posteriori, attraverso l'esperienza, s'accorge con suo stupore di non esser libero, bensì sottomesso alla necessità; che malgrado tutti i propositi e le riflessioni non muta il suo modo d'agire, e dal principio alla fine della sua vita è costretto a trascinare il suo carattere quasi recitasse fino all'ultimo una parte.


Analogamente, la necessità con cui avvengono i fenomeni della natura non sia dunque d'impedimento a vedere in questi le manifestazioni della Volontà."


(Schopenhauer, Il mondo)


domenica 21 settembre 2014

Infinitamente più noto

"Finora si assumeva il concetto di volontà sotto quello di forza: io faccio il contrario, e voglio che ogni forza della natura sia pensata come volontà.

Non si creda che questa sia una logomachia, o una questione indifferente; perché anzi è di altissima significazione ed importanza. Infatti, a base del concetto di forza sta la conoscenza intuitiva del mondo oggettivo, ossia il fenomeno, la rappresentazione, ricavata cioè dal territorio in cui imperano causa ed effetto, ed indica il punto in cui la causa non è più oltre spiegabile. 


Viceversa, il concetto di volontà è l'unico fra tutti i concetti possibili che non abbia la propria origine nel fenomeno, non nella semplice rappresentazione intuitiva, ma derivi dall'intimo, dalla coscienza immediata di ciascuno; nella qual coscienza ciascuno contemporaneamente conosce ed insieme è il suo proprio individuo, nella sua essenza, immediatamente, senz'alcuna forma, neppur quella di soggetto ed oggetto: perché qui il conoscente e il conosciuto coincidono.


Se riportiamo quindi il concetto di forza a quello di volontà, abbiamo effettivamente ricondotto un'incognita ad un quid infinitamente più noto, anzi, all'unico che a noi sia davvero direttamente e compiutamente noto; e la nostra conoscenza ne viene grandemente, allargata."


(Schopenhauer, Il mondo)
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logomachìa s. f. [dal gr. λογομαχία, comp. di λογο- «logo-» e -μαχία «-machia»]. – Propr., disputa, questione sull’uso e il valore delle parole, o che verte sulle parole più che sui fatti. Nell’uso odierno, disputa vana, sofistica, inconcludente, seppure aspra; anche, sinon. scherz. di polemica.

lògos s. m. [traslitt. del gr. λόγος, che è dal tema di λέγω «dire», con vocalismo o]. – Nel pensiero greco, il termine indica la «parola» come si articola nel discorso, quindi anche il «pensiero» che si esprime attraverso la parola.

-machìa [dal gr. -μαχία, der. di μάχομαι «combattere»]. – Secondo elemento di parole composte derivate dal greco (quali naumachia, tauromachia, titanomachia), in cui significa «battaglia, combattimento».
 
(Treccani.it)





















Strano, no?
Una cosa infinitamente più nota di quello che indichiamo col nome di forza, in prima battuta di parola Schopenhauer la chiama "quid". Come, così tanto nota, e senza nome?
Per questo quid, di cui abbiamo conoscenza immediata, diretta - il massimo della conoscenza possibile - guarda un po', in prima approssimazione uno come Schopenhauer non trova nome - poi ci pensa e si risolve per il nome "volontà", esponendosi al rischio di essere continuamente frainteso per l'uso comune di questa parola.
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La Via che ha un nome
non è la vera Via,
il nome che può essere nominato
non è il vero nome.
Senza nome è il principio
del Cielo e della Terra,
quando ha nome è la madre
delle diecimila creature.


(Tao Te King)
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Forse vale non solo per il Tao, la Via, o il "quid" di Schopenhauer poi detto Volontà.
Quando si comincia a parlare, si comincia a sbagliare


sabato 20 settembre 2014

Meglio di qualsiasi altra cosa

"La parola Volontà, che a noi, come una formula magica, deve svelare la più intima essenza d'ogni cosa nella natura, non indica punto una entità sconosciuta, un quid ottenuto per via di deduzioni, bensì alcunché direttamente conosciuto, e così ben noto, che noi sappiamo ciò che sia Volontà meglio di qualsiasi altra cosa."

(Schopenhauer, Il mondo)

Schopenhauer, il poeta

"Chi può aver raggiunto anche con il pensiero astratto la conoscenza 
che ciascuno ha direttamente in concreto come sentimento: 
che cioè l'essenza in sé del nostro proprio fenomeno, 
il nostro corpo e le nostre azioni, 
è la nostra Volontà;
e che questa 
costituisce l'elemento immediato della nostra coscienza, 
nella quale soggetto ed oggetto non sono distinti nettamente;  

chi, io dico, è arrivato con me a codesta persuasione,
troverà che questa è per lui come la chiave 
per conoscere l'intima essenza della natura intera,
e non soltanto in quei fenomeni che sono come il suo proprio, 
cioè negli uomini e negli animali,
egli potrà riconoscere 
come più intima essenza 
quella medesima Volontà; 

e la riflessione prolungata lo condurrà a conoscere 
anche la forza che ferve e vegeta nella pianta, 
e quella per cui si forma il cristallo, 
e quella che volge la bussola al polo,
e quella che scocca nel contatto di due metalli eterogenei, 
e quella che si rivela nelle affinità elettive della materia 
come ripulsione ed attrazione, separazione e combinazione; 

e da ultimo perfino la gravità, 
che in ogni materia così potentemente agisce 
e attrae la pietra alla terra, come la terra verso il sole 

- tutte queste forze in apparenza diverse 
conoscerà nell'intima essenza come un'unica forza,
come quella forza a lui più profondamente 
e meglio nota d'ogni altra cosa, 
che là, 
dove più chiaramente si produce, 
prende nome di Volontà.

Ella è l'intimo essere, 

il nocciolo di ogni singolo, 
ed egualmente del Tutto:

ella si manifesta in ogni cieca forza naturale; 
ella anche si manifesta 
nella meditata condotta dell'uomo,

poiché la gran differenza, 
che separa la forza cieca dalla meditata condotta,
tocca il grado della manifestazione, 
non l'essenza della Volontà che si manifesta."

(Schopenhauer, Il mondo)

Se t'accorgessi delle tue mani, o dei tuoi piedi, o

"Le parti del corpo devono quindi corrispondere perfettamente ai bisogni principali in cui la Volontà si manifesta, ne devono essere la visibile espressione: denti, esofago e canale intestinale sono la fame oggettivata; i genitali, l'istinto sessuale oggettivato; le mani prensili, i piedi veloci corrispondono al già più mediato bisogno della Volontà, che mani e piedi rappresentano."

(Schopenhauer, Il mondo)


La volontà originaria non ragiona

"I motivi determinano ciò che io voglio in un dato tempo, in un dato luogo, in date circostanze: non il fatto generico del mio volere, né ciò che io genericamente voglio.
Quindi il mio volere non si può spiegare in tutta la sua essenza coi motivi; ma questi determinano soltanto la sua manifestazione in un dato momento, sono la semplice occasione, in cui la mia volontà si manifesta.

Se io faccio astrazione dal mio carattere, e poi mi domando perché io voglio questa cosa e non quell'altra, nessuna risposta è possibile. Soltanto il fenomeno della volontà è sottomesso al principio di ragione, e non la volontà stessa, che sotto questo rispetto può dirsi non abbia ragione." 

 (Schopenhauer, Il mondo)

venerdì 19 settembre 2014

La massima realtà a noi nota

"Se al mondo reale, che esiste immediatamente solo nella nostra rappresentazione, vogliamo attribuire la massima realtà a noi nota, gli diamo la realtà che per ciascuno di noi ha il suo proprio corpo: poiché questo è per ciascuno quanto v'è di più reale."

(Schopenhauer, Il mondo)


La volontà inconscia originaria

"La conoscenza che noi abbiamo dell'essenza e dell'attività del nostro corpo, raggiunta in due modi diversi, ci servirà d'ora innanzi come una chiave per aprirci l'essenza d'ogni fenomeno nella natura; e sull'analogia del nostro corpo giudicare tutti gli oggetti che non come il nostro corpo, ma soltanto come rappresentazioni, sono dati alla nostra coscienza; e quindi ammettere, che com'essi da un lato, a mo' del corpo, sono rappresentazioni, e perciò della stessa sua natura, così d'altra parte quel che rimane, quando si metta in disparte il loro essere in quanto rappresentazioni del soggetto sia nella sua intima essenza identico a ciò che in noi stessi chiamiamo volontà."

(Schopenhauer, Il mondo)
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Il mio corpo è l'unico che conosco dal di fuori, come oggetto, come rappresentazione percettiva, e dal di dentro, come volontà, come energia finalizzata inconscia: questa, in quanto inconscia, non la posso conoscere direttamente, ma ne sento il movimento, gli esiti, e il suo movimento e i suoi esiti li conosco immediatamente: il mio corpo è l'unico di cui sento direttamente il piacere o il dolore; è l'unico che sento reagire di suo, senza intervento della mia volontà consapevole, quando sto guidando e qualcuno all'improvviso mi taglia la strada e la mia gamba va verso il pedale del freno prima ancora che io capisca cosa sta accadendo; è l'unico di cui sento la mano che si toglie via dalla teiera bollente prima che io avverta che brucia; è l'unico che sento reagire con l'estensione della gamba al colpo dato poco sotto il ginocchio; è l'unico che sento in allarme quando sta accadendo qualcosa che la volontà inconscia avverte come pericolosa prima, o senza, che io me ne renda conto. Non la posso conoscere direttamente, la volontà inconscia originaria, ma sto in relazione immediata con le sue manifestazioni corporee-me, dal di dentro oltre che dal di fuori.

Cioè, dice Schopenhauer, con il mio corpo, nel mio corpo, io sono in contatto con l'essenza del mondo, se penso che ciò che avviene in me avviene anche negli altri esseri umani, e non solo: se penso che avviene anche negli animali, e, in modi diversi, anche nelle piante e, in modi diversi, anche nelle cose inanimate: cioè nel mondo tutto.
L'essenza del mondo, al di là della sua rappresentazione percettiva, è quella che lui chiama volontà - che ho poco fa chiamato volontà inconscia originaria, per noi esseri umani - con la quale ciascuno è in immediato contatto con, nel, suo corpo materiale.

Solo io sono reale

"Se gli oggetti noti all'individuo come semplici rappresentazioni siano tuttavia, come il suo proprio corpo, fenomeni d'una volontà, questo è il vero senso della questione intorno alla realtà del mondo esterno
Negare ciò, è seguire il pensiero dell'egoismo teoretico, che appunto per questo ritiene fantasmi tutti i fenomeni, eccettuato il proprio individuo, precisamente come fa, sotto il rispetto pratico, l'egoismo pratico, il quale considera e tratta la persona propria come la sola persona reale, e tutte le altre come puri fantasmi.
L'egoismo teoretico non si potrà mai confutare con prove: tuttavia filosoficamente non è di certo altro che un sofisma scettico, ossia dedotto per pura apparenza. Come convinzione seria, lo si potrebbe trovare soltanto al manicomio; dove a combatterlo non occorrerebbe tanto una prova quanto una cura."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Se uno è sicuro solo della propria esistenza, perché solo con il proprio corpo è in relazione interna, per cui sente come fantasmi tutte le altre presenze con cui è in relazione solo dall'esterno, e la sua è una "convinzione seria", allora, scrive Schopenhauer, sta messo proprio male.
Però, più nascostamente, più furbescamente, l'egoismo pratico si basa proprio su questa convinzione autistica, trattando "la persona propria come la sola reale".


giovedì 18 settembre 2014

...


Una strana osservazione

"Il soggetto conoscente è appunto un individuo per questa speciale relazione con un corpo, il quale, considerato fuori di tal relazione, non è che una rappresentazione eguale a tutte le altre. 
Ma la relazione in virtù della quale il soggetto conoscente è individuo, appunto perciò sussiste unicamente fra lui e una sola di tutte le sue rappresentazioni. Di questa sola egli è quindi conscio non semplicemente come d'una rappresentazione, bensì in pari tempo anche in tutt'altro modo, ossia come d'una volontà."

(Schopenhauer, Il mondo)
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E' una osservazione subito condivisibile, questa su cui insiste Schopenhauer: il nostro corpo  lo vediamo come gli altri corpi intorno a noi.
Non vedo i miei occhi che guardano, non vedo le mie orecchie o la mia schiena, ma il resto che vedo - le mani,  le braccia, le gambe - mi appare come ogni altro corpo, come quello della gatta sdraiata accanto al computer, o come lo stesso computer su cui scrivo.
Ma di tutti i corpi che vedo, di tutti gli oggetti che vedo, il mio corpo è l'unico che percepisco anche dall'interno. Vedo le mie mani che scrivono, le vedo dal di fuori, ma nello stesso tempo le sento dal di dentro - sono le sole mani al mondo che posso sentire dal di dentro: tutte le altri mani che ho visto nella mia vita le ho viste, toccate, dal di fuori.

E' ovvia, questa osservazione di Schopenhauer, però è anche una strana "osservazione": intesa come percezione attenta e riferita al nostro corpo dice solo una parte della nostra esperienza percettiva, mentre dice tutto per il mondo intorno a noi. Infatti, per il mondo io osservo che; per il mio corpo, io osservo che, ma non solo. Per il mio corpo sono anche in relazione diretta, immediata, con l'inosservabile che si manifesta nel mio respirare, guardare, percepire, fare: sono in relazione diretta con l'essere, di cui il corpo e il mio comportamento sono manifestazioni osservabili.
Essere che Schopenhauer chiama volontà.
Il rapporto tra essere e manifestazione (tra volontà e rappresentazione) è analogo, mi pare, a quello tra energia e materia.



mercoledì 17 settembre 2014

Il nostro proprio corpo

"Il nostro proprio corpo è pura intuizione del soggetto conoscente, come tutti gli altri oggetti di questo mondo intuitivo, ma la coscienza di ciascuno distingue la rappresentazione del proprio corpo da ogni altra, pel resto simile a quella.

Il corpo si presenta alla coscienza anche in tutt'altra maniera, la quale viene indicata con la parola volontà, e questa doppia conoscenza, che abbiamo del nostro corpo, ci dà sopra di esso, sopra il suo operare e muoversi in seguito a motivi, come anche sul suo risentirsi dell'azione esterna - in una parola, sopra ciò ch'esso è, non in quanto rappresentazione, ma in se stesso - quella luce che non possiamo avere immediatamente sull'essenza, l'attività, l'impressionabilità di tutti gli altri oggetti reali."


(Schopenhauer, Il mondo)


E allora cosa?

"Nella riflessione, volere ed agire sono distinti, ma ogni vero, genuino, immediato atto volitivo è subito e direttamente anche un visibile atto del corpo: e corrispondentemente, d'altra parte, ogni azione sul corpo, subito e direttamente, è anche azione sulla volontà; come tale si chiama dolore, se ripugna alla volontà; benessere, piacere, se è a questa conforme."

(Schopenhauer, Il mondo)
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E' chiaro dalle sue parole, che Schopenhauer sta usando il termine "volontà" non per quella funzione psichica a cui siamo abituati a pensare: voglio fare una cosa, ne sono cosapevole, penso al modo e al momento migliore per ottenerla - più o meno - e poi faccio quello che ritengo idoneo per averla. Non è questa volontà.

Quell'alcunché direttamente conosciuto

Se noi fossimo solo rappresentazione sensoriale del nostro corpo come è per il resto del mondo, scrive Schopenhauer, vedremmo la nostra condotta "regolarsi con la costanza d'una legge naturale sui motivi che le si offrono, proprio come le modificazioni degli altri oggetti sono regolate da cause, stimoli, motivi."  Non avremmo di noi stessi un'esperienza diversa da quella che abbiamo di ogni altro oggetto del mondo, e di noi e del nostro vivere avremmo solo una visione dal di fuori, in termini di forze, qualità, carattere, cause ed effetti.

"Ma le cose non stanno così: al soggetto conoscente, che appare come individuo, è data la parola dell'enigma. Al soggetto della conoscenza, il quale per la sua identità col proprio corpo ci si presenta come individuo, questo corpo è dato in due modi affatto diversi: è dato come rappresentazione nell'intuizione dell'intelletto, come oggetto fra oggetti, e sottomesso alle leggi di questi; ma è dato contemporaneamente anche in tutt'altro modo, ossia come quell'alcunché direttamente conosciuto da ciascuno, che la parola volontà esprime. Ogni vero atto della sua volontà è immediatamente e ineluttabilmente anche un moto del suo corpo: egli non può voler davvero l'atto, senz'accorgersi insieme ch'esso appare come movimento del corpo. L'atto volitivo e l'azione del corpo non sono due diversi stati conosciuti oggettivamente, che il vincolo della causalità collega; non stanno fra loro nella relazione di causa ed effetto: bensì sono un tutto unico, soltanto dati in due modi affatto diversi, nell'uno direttamente, e nell'altro mediante l'intuizione per l'intelletto. L'azione del corpo è l'atto del volere oggettivato, ossia penetrato nell'intuizione."


(Schopenhauer, Il mondo)


Il nostro corpo non è solo immagine dal di fuori

"Il senso tanto cercato di questo mondo, che mi sta davanti come mia rappresentazione, non si potrebbe assolutamente mai raggiungere se l'indagatore medesimo non fosse nient'altro che il puro soggetto conoscente, che ha in questo mondo le proprie radici, vi si trova come individuo: ossia il suo conoscere avviene in tutto e per tutto mediante un corpo.

Questo suo corpo è per il soggetto conoscente, in quanto corpo, una rappresentazione come tutte le altre, un oggetto fra oggetti. I movimenti, le azioni del proprio corpo sono conosciute dal soggetto conoscente come le modificazioni di tutti gli altri oggetti percepiti, e gli sarebbero egualmente estranee ed incomprensibili, se il loro senso non gli fosse svelato in qualche modo affatto diverso."


(Schopenhauer, Il mondo)


martedì 16 settembre 2014

Cercando invano l'ingresso dal di fuori

"Si vede subito, che questo a cui miriamo è qualcosa di sostanzialmente diverso dalla rappresentazione, e che devono essergli del tutto estranee le forme e le leggi di questa: sì che partendo dalla rappresentazione non si può giungere ad esso seguendo il filo di quelle leggi, le quali collegano soltanto fra loro oggetti, rappresentazioni; leggi che sono poi le forme del principio di ragione. 

Vediamo già che all'essenza delle cose non si potrà mai pervenire dal di fuori: per quanto s'indaghi, non si trova mai altro che immagini e nomi

Si fa come qualcuno, che giri attorno ad un castello, cercando invano l'ingresso, e ne schizzi frattanto le facciate."

(Schopenhauer, Il mondo)



La scienza non ci basta

"Dunque, nemmeno la scienza può darci su quei fenomeni che chiamiamo nostre rappresentazioni la luce desiderata, capace di farci avanzare oltre i fenomeni stessi. Anche dopo tutte le sue spiegazioni, i fenomeni seguitano a starci davanti come pure rappresentazioni, delle quali non comprendiamo il significato.

Il nesso causale ci dà soltanto la regola e la relativa disposizione del loro prodursi nello spazio e nel tempo, ma non ci fa conoscere da vicino che cosa sia ciò che in tal modo si produce.


Inoltre la stessa legge di causalità vige soltanto per rappresentazioni, per oggetti d'una determinata classe; ha significato solo con la presupposizione di quelli: è adunque sempre, come gli oggetti medesimi, esclusivamente in relazione col soggetto, ossia non si ha se non condizionatamente.


Ma ciò che ora ci spinge all'indagine è appunto questo: che non ci basta sapere che abbiamo rappresentazioni, che le rappresentazioni sono così e così, e che si collegano secondo queste o quelle leggi, delle quali è sempre espressione generale il principio di ragione.


Noi vogliamo sapere il significato della rappresentazione: noi domandiamo se questo mondo non sia altro che rappresentazione - nel qual caso dovrebbe passare davanti ai nostri occhi come un sogno inconsistente, o uno fantastica visione, indegna della nostra attenzione - o se non sia qualcosa d'altro, qualcosa di più, e che cosa sia."


(Schopenhauer, Il mondo)


Le forze inesplicabili della natura

"L'etiologia c'insegna che, secondo la legge di causa ed effetto, un certo stato della materia ne produce un altro; e con ciò ha spiegato, ed ha fatto il suo compito.

Così, in sostanza, non fa altro che mostrare l'ordine regolare col quale gli stati si presentano nello spazio e nel tempo, e per tutti i casi insegnare quale fenomeno debba necessariamente prodursi in un dato tempo, in un dato luogo.

Assegna quindi ai fenomeni il loro posto nel tempo e nello spazio, secondo una legge, il cui contenuto preciso viene rivelato dall'esperienza, ma della cui generale forma e necessità siamo consapevoli indipendentemente da quella.

Tuttavia, sull'intima essenza d'uno qualsiasi tra codesti fenomeni non riceviamo con ciò la minima luce: tale essenza vien chiamata forza naturale, e sta fuor del dominio della spiegazione etiologica; la quale chiama legge naturale l'immutabile costanza nell'apparir della manifestazione di codesta forza, ogni qual volta si presentino le condizioni che l'etiologia ha riconosciute.

Ma questa legge naturale, queste condizioni, questo apparire d'un fenomeno in luogo determinato, a tempo determinato, è tutto ciò che essa conosce e potrà conoscere.

La forza in sé, che si manifesta, l'intima essenza dei fenomeni, producentesi secondo quelle leggi, rimane per lei sempre un segreto, alcunché di straniero ed ignoto, tanto nei fenomeni più semplici, quanto nei più complicati. Infatti la forza, in virtù della quale una pietra cade a terra o un corpo ne urta un altro, non ci è meno estranea e misteriosa di quella che produce i movimenti e lo sviluppo di un animale.

La meccanica presuppone come imperscrutibili materia, gravità, impenetrabilità, comunicabilità del moto mediante urto, rigidità, etc.; e tutto ciò chiama forze naturali; chiama leggi naturali il loro necessario e regolare prodursi in date condizioni. E da questo punto soltanto comincia la propria spiegazione, la quale consiste nell'indicare con fedele e matematica esattezza come, dove, quando ciascuna forza si estrinseca; e nel ricondurre ad una di codeste forze ogni fenomeno che a lei si presenti.

Lo stesso fanno fisica, chimica, fisiologia nel loro territorio, con la sola differenza, che presuppongono ancor più, e spiegano ancor meno. Perciò anche la più completa spiegazione etiologica di tutta la natura non sarebbe propriamente altro che un elenco delle forze inesplicabili, ed una sicura indicazione delle regole secondo cui i fenomeni di quelle forze si producono, si succedono, si sostituiscono vicendevolmente nel tempo e nello spazio.

Ma l'intima essenza delle forze in tal modo manifestantisi verrebbe a rimaner sempre nell'ombra, perché la legge non conduce a spiegar quell'essenza: essa deve fermarsi al fenomeno ed alla sua classificazione. La spiegazione etiologica si potrebbe quindi paragonare al taglio di un marmo, il quale mostra molte venature l'una accanto all'altra, ma non lascia seguire il loro corso dall'interno del blocco fino alla superficie.

 Oppure - se mi è consentito, perché calzante, un esempio scherzoso - davanti all'etiologia completa della natura intera, l'indagatore dovrebbe sentirsi sempre come qualcuno il quale capiti, senza saper come, in una società a lui del tutto sconosciuta, dove ciascuno degli astanti a turno gli presenti un altro come suo amico o cugino, senz'altra spiegazione: e frattanto quegli, mentre ogni volta si dichiara felice di farne la conoscenza, ha sempre sulla punta della lingua la domanda: «Ma come diavolo sono capitato in questa società?»."

(Schopenhauer, Il mondo)

Il fantoccio razionale e l'intima poetica verità

"La contraddizione tra vita e felicità, inerente all'etica stoica si mostra inoltre anche in questo: che il suo ideale, il Sapiente stoico, non potè conseguir mai intima poetica verità, bensì rimane un legnoso, rigido fantoccio, del quale non si sa cosa fare, che non sa egli stesso dove voglia andare con la sua saggezza, e la cui calma perfetta, contentezza, felicità stanno in aperto contrasto con la natura umana, né possono darci di sé una rappresentazione intuitiva.

Come differenti appaiono, accanto a questo fantoccio, i Superatori del mondo che la sapienza indiana ci presenta ed effettivamente ha prodotti; o anche il Salvatore cristiano - quella magnifica figura, piena di vita profonda, d'immensa verità poetica e di altissimo significato, la quale nondimeno, malgrado la sua perfetta virtù, santità ed elevatezza, viene davanti a noi in istato di altissimo dolore."


(Schopenhauer, Il mondo)


lunedì 15 settembre 2014

E' certamente vero


"È certamente vero, che lo scopo della felicità è fino a un dato punto raggiungibile con l'uso della ragione, e con un'etica esclusivamente razionale; anche l'esperienza mostra che gli uomini di carattere puramente razionale sono forse i più felici. 

Tuttavia moltissimo manca perché si possa in questa maniera giungere ad alcunché di perfetto, e la ragione esattamente applicata possa davvero liberarci da tutto il peso, da tutti i patimenti della vita, conducendoci alla felicità. 

C'è piuttosto una evidente contraddizione nel proposito di voler vivere senza soffrire; contraddizione che reca in sé anche il comune modo di dire: vita felice."

(Schopenhauer, Il mondo)
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 "L'ossimoro (dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso»; pronuncia: ossìmoro) è una figura retorica che consiste nell'accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro." (Wikipedia)