mercoledì 10 febbraio 2016

Flamenco 2000 - 3


Dicevamo di scommettere
e grondavamo certezze

tagliavamo e cucivamo come sarti samurai
seguendo il filo insanguinato della logica

e già ci copriva una polvere di rapido oblio
già ci vestiva la tela tessuta dai ragni

Ahi, uomo assetato,
cercavi acqua e trovavi fuoco!


...


martedì 9 febbraio 2016

Flamenco 2000 - 2


Abbiamo rischiato l'oblio
mentre cercavamo tra i rifiuti dell'impossibile

mentre cercavamo felicità senza dio né coltelli
tra indifferenti e ostili

mentre cercavamo le cose nelle parole
nel bianco silenzio tra cose e parole

insieme ad altri dicendo
che presto – presto!

avremmo respirato l'aria nuova
dei Giardini dell'Uomo

Ahi, uomo! I Giardini!
Il presente è al mercato.




lunedì 8 febbraio 2016

Flamenco 2000 - 1

                                              

C'è un rumore nel silenzio del verde bagnato
delle foglie dei cespugli selvaggi sotto la pioggia

la vita indifferente della natura in cui nascemmo
la terra umida di umori di immemori animali


lo sguardo attonito di uomini primitivi
e tornando non avevo più fame


non avevo più sete
non avevo più voglia di stare a guardare


tra le cose e l'infinito
tutto era successivo.

Brucia senza ceneri
il fuoco dell'ora.
Vai, uomo! - grida
battendo coi piedi la terra!


sabato 6 febbraio 2016

...

Certo

“All'inizio dei miei studi sul buddhismo, mi recai in Thailandia insieme ad alcuni amici e insegnanti e visitai il monastero di un famoso maestro di meditazione di nome Achaan Chah.  
Appena arrivati, e radunatici intorno a lui, gli chiedemmo di spiegarci gli insegnamenti del Buddha. Con un cenno indicò il bicchiere che aveva accanto. 
"Vedete questo bicchiere?", ci domandò. "Mi piace molto. Contiene l’acqua a meraviglia. Quando è investito dalla luce del sole manda dei bei riflessi. Se gli dò un colpetto, tintinna piacevolmente. Eppure, per quanto mi riguarda questo bicchiere è già rotto. Se un colpo di vento lo fa cadere, o lo urto con il gomito e si rompe, dico: "Certo". Ma se capisco che il bicchiere è già rotto, ogni istante in cui mi è dato di averlo è prezioso".


(M. Epstein, Psicoterapia senza l’io)

giovedì 4 febbraio 2016

Vertigine oggettiva



“Come il gas, l'acqua, la luce, così i mezzi di comunicazione digitali, indipendentemente dall'uso che ne facciamo, ci portano gli avvenimenti in casa dispensandoci dall'andare verso di loro. Ciò trasforma il nostro modo di fare esperienza, perché chi vuol sapere cosa avviene fuori casa deve andare a casa, e solo allora l'universo si riflette per noi e si offre a portata di mano. Non più il viandante che esplora il mondo, ma il mondo che si offre al sedentario che è al mondo proprio perché non lo percorre, e al limite neppure lo abita.
La rivoluzione ha del copernicano, perché il mondo non è più ciò che sta, ma a stare (seduto) è l'uomo, e il mondo gli gira attorno, capovolgendo i termini con cui, dal giorno in cui è comparso sulla terra, l'uomo ha fatto esperienza.”

(U. Galimberti, I miti del nostro tempo; G. Anders, L’uomo è antiquato)
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Con lo smartphone non c'è bisogno di andare a casa per sapere cosa avviene nel mondo. Gli eremiti di massa viaggiano negli stessi vagoni della metro o del treno, frequentano le stesse sale d'aspetto.

mercoledì 3 febbraio 2016

Contemporaneamente, non insieme


“… ribaltamento tra interiorità ed esteriorità, e più in generale tra interno ed esterno. Se un tempo la famiglia era l'interno in cui si scambiavano quei tratti affettivi d'ira e d’amore e più in generale quella libertà espressiva che occorreva contenere fuori, all'esterno, oggi, grazie alla capillare diffusione della televisione, del computer o del cellulare sempre accesi, la famiglia è il luogo in cui è di casa il mondo esterno, reale o fittizio che sia. 

Come opportunamente fa notare Anders, la casa reale, con le sue quattro mura e i suoi quattro mobili, "è ridotta a un container per la ricezione del mondo esterno" via cavo, via telefono, via  etere, e quanto più il lontano si avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella familiare, si allontana e impallidisce. 

Né, a parere di Anders, la situazione migliora quando la famiglia è "raccolta" intorno alla televisione, perché, a differenza della tavola intorno a cui un tempo ci si sedeva - facendo scorrere, in un viavai continuo, sentimenti e risentimenti, interessi e gelosie, sguardi e conversazioni di cui si nutriva la trama della famiglia -  davanti alla televisione la famiglia è "raccolta non più in direzione centripeta, ma centrifuga”, solo perché ciascuno, che non è più con l'altro, ma solo accanto all'altro, prenda il volo verso una fuga solitaria che "non condivide con nessuno, o al massimo con un milione di solitari del consumo di massa, che contemporaneamente a lui, ma non insieme a lui, guardano lo schermo"" 

(U. Galimberti, I miti del nostro tempo; G. Anders, L’uomo è antiquato)

martedì 2 febbraio 2016

Eremiti di massa




"Qui non si tratta di enfatizzare o demonizzare le enormi potenzialità presenti e future dei mezzi di comunicazione, ma di capire come l’uomo profondamente si trasforma per effetto di questo potenziamento. Allo scopo è necessario far piazza pulita di quei luoghi comuni, per non dire idee arretrate, che fanno da tacita guida a quasi tutte le riflessioni sui media, e in particolare a quella persuasione secondo la quale l'uomo può usare le tecniche comunicative come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura, senza neppure il sospetto che la natura umana possa modificarsi proprio in base alle modalità con cui si declina tecnicamente nella comunicazione
L'uomo, infatti, non è qualcosa che prescinde dal modo con cui manipola il mondo, e trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi di comunicazione, ma l'uomo stesso. 

La radio, la televisione, il computer, il cellulare ci plasmano qualunque sia lo scopo per cui li impieghiamo. Una trasmissione televisiva edificante e una degradante, per diversi che siano gli scopi a cui tendono, hanno in comune, come osserva Anders (*) “il fatto che noi non vi prendiamo parte, ma ne consumiamo soltanto la sua immagine”  Il "mezzo", indipendentemente dallo "scopo", ci istituisce come spettatori e non come partecipi di un'esperienza o attori di un evento.

Questa condizione, che vale per la televisione, vale in maniera esponenziale per internet, dove il consumo in comune del mezzo non equivale a una reale esperienza comune.   (…) Lo scambio ha un andamento solipsistico dove, come vuole la metafora di Anders, un numero infinito di "eremiti di massa" comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro ererno, separati l'uno dall'altro, chiusi nel loro guscio come i monaci di un tempo sui picchi delle alture, "non già per rinunciare al mondo, bensì per non perdere, per l'amor del cielo, nemmeno una briciola del mondo in effigie". 

E così, sotto la falsa rappresentazione di un computer personale (personal computer), ciò che si produce è sempre di più l’uomo di massa, e per generarlo non occorrono maree oceaniche ma oceaniche solitudini che, sotto l'apparente difesa del diritto all'individualità, producono, come lavoratori a domicilio, beni di massa e, come fruitori a domicilio, consumano gli stessi beni di massa che altre solitudini hanno prodotto."

(U. Galimberti, I miti del nostro tempo; (*) G. Anders, L'uomo è antiquato)

venerdì 29 gennaio 2016

Smarte



“Un giorno la filosofia greca incontrò l'annuncio giudaico-cristiano che parlava di una terra promessa e di una patria ultima. L'anima, che Platone aveva ideato, si trovò orientata a una meta e prese a vivere l'inquietudine dell'attesa e del tempo che la separava dalla meta. Un tempo non più descritto come ciclica ripetizione dell'evento cosmico, ma come irradiazione di un senso che trasfigurò l'accadere degli eventi in "storia", dove alla fine si sarebbe compiuto ciò che all'inizio era stato annunciato. 

Ma anche questa cosmologia e questa temporalità non tardarono a vacillare, e con esse tutte quelle idee che ne indicavano la scansione. Annunciando che era la terra a ruotare intorno al sole, a sua volta lanciato in una corsa senza meta, la scienza consegnò una nuova descrizione del mondo, in cui si riconosceva il carattere relativo di ogni movimento e di ogni posizione nello spazio, che a sua volta andava sempre più a confondersi con il tempo, fino a togliere al linguaggio della filosofia e della religione tutte le idee normative che dicevano orientamento e stabilità. La conseguenza fu il decentramento dell'universo. La nuova descrizione impiegava ancora le antiche parole, ma queste, nell'indicare le cose, non designavano più la loro essenza, ma solo la loro relazione

Senza più né "alto" né "basso", né "dentro" né "fuori", né "lontano" né "vicino", l'universo, come ci ricorda Nietzsche," perse il suo ordine, la sua finalità e la sua gerarchia, per offrirsi all'uomo come pura macchina indagabile con gli strumenti della ragione fatta calcolo, che dischiudeva lo scenario artificiale e potente della tecnica, in cui l'uomo scoprì la propria essenza rimasta a lungo nascosta e resa inconoscibile dalla descrizione mitica del mondo." 

La terra, da terra-madre, divenne materia indifferente; il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l'anima dell'uomo, psyché, che Platone aveva sottratto alla temporalità e orientato verso l'eternità, prese a inseguire gli eventi del tempo e le sue sempre nuove configurazioni…”

(U. Galimberti, La casa di psiche)

A quanto sembra

"lo sono un viandante che sale su pei monti, diceva Zarathustra al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo.
E, quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, - vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: infine non si vive se non con se stessi. "


(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Il viandante)

giovedì 28 gennaio 2016

Passione per la notte




"Se la filosofia abita stabilmente il suo luogo, corre due pericoli: quello di risolversi intimisticamente in se stessa e di esprimersi nelle forme più banali dell'esistenzialismo, che Jaspers rifiuta, perché nulla hanno a che fare con l'uomo reale che trascorre i suoi giorni nei luoghi in cui svolge la sua attività e a cui la filosofia, che abita se stessa, non è più in grado di accedere; oppure nella tracotanza che le deriva dalla dimenticanza di tutti i luoghi, per cui si erige a ontologia, a sistema generale dell'essere, da cui ogni successiva e particolare forma di sapere dovrebbe dipendere. In questo caso il suo non-luogo diverrebbe il luogo di tutti i luoghi, ma non come via per accedere realmente ai diversi luoghi, ma come statuto che vale per tutti i luoghi, per la formazione dei linguaggi che in essi si articolano e delle conoscenze che in essi si raggiungono. 

Come sapere, come statuto, come norma del giorno la filosofia è finita. Se per essa c'è un futuro, questo futuro è solo nella direzione della passione per la notte, una passione che non prova chi abita la notte, ma chi, vivendo nel giorno, insoddisfatto del giorno, attende, ai limiti del giorno, un senso dalla notte. 

Non si possono scorgere i limiti se non abitando il territorio, e non si può tentare di oltrepassarli se non da un punto di partenza, da un ambito conosciuto e noto. In altri termini, non si può fare filosofia se non facendo scienza, perché i limiti del conosciuto, da cui prende le mosse la filosofia, possono essere noti solo a chi conosce davvero e non per sentito dire; allo stesso modo di come i limiti del campo sono veramente noti solo al contadino che nel campo, ogni giorno, spende la sua fatica e consuma la sua vita, non al viandante che, pur muovendosi tra i limiti dei campi, non sa nulla della vita dei campi e dei problemi che quella vita pone. Per lui i limiti sono solo i limiti di una strada che corre ai margini dei luoghi in cui si svolge la vita, una vita che a lui rimane sconosciuta, perché egli conosce solo la "sua" strada. 

Passare dal campo al sentiero che si aggira tra i campi, dalla scienza alla filosofia, non è solo il modo jaspersiano di fare filosofia, perché se la filosofia è conoscenza dei limiti del sapere, e quindi rinvio a un'ulteriorità, non c'è modo di conoscere i limiti del sapere se non sapendo, perché solo nella concretezza del sapere è possibile conoscere la relatività del sapere e quindi sentire l'esigenza di un oltrepassamento, di una trascendenza in cui cercare il senso di ogni conoscenza e di ogni sapere. 
 La scienza sa, ma non sa il senso del suo sapere, dice ripetutamente Jaspers, e che senso ha sapere, e che cosa si deve sapere, sono domande a cui nessuna scienza, con tutta la rigorosità dei suoi metodi, è in grado di rispondere."

(U. Galimberti, La casa di psiche)