venerdì 28 novembre 2014

Velle non discitur

"E' vero che la virtù proviene dalla conoscenza, ma non da quella astratta, comunicabile per mezzo di parole. Se così fosse, la si potrebbe insegnare, ma non è affatto così. Conferenze sulla morale o prediche non  fabbricano un virtuoso, più di quanto tutte le estetiche, a cominciar da quella d'Aristotele, abbiano mai fabbricato un poeta. Non si impara a volere."

(Schopenhauer, Il mondo)

Roma


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giovedì 27 novembre 2014

Lo zucchero non è il prezzo dello zucchero

“La proprietà di denaro, mezzi di sussistenza, macchine ed altri mezzi di produzione non imprime ancora all’uomo il marchio del capitalista, quando manchi il complemento, cioè l’operaio salariato, l’altro uomo che è costretto a vendersi volontariamente. Il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose. (…) I mezzi di produzione e di sussistenza, quando sono proprietà del produttore immediato, non sono capitale. Diventano capitale solo in condizioni in cui servano contemporaneamente anche come mezzi per sfruttare e dominare l’operaio. Ma nella testa dell’economista politico quest’anima capitalistica dei mezzi di produzione è così intimamente coniugata con la loro sostanza materiale ch’egli li chiama capitale in ogni circostanza, anche se sono proprio il contrario. (*)

(*) «Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di cotone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determinate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste condizioni essa non è capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non è il prezzo dello zucchero… Il capitale è un rapporto sociale di produzione. È un rapporto storico di produzione».  (K.Marx, Lohnarbeit und Kapital. Neue Rheiuische Zeitung, n. 266, 7 aprile 1849).”


(Marx, Il capitale)

mercoledì 26 novembre 2014

(.)


Qui-lì

"Una morale senza fondamento, ossia un semplice moraleggiare, non può aver effetto, perché non fornisce motivi. Ma una morale che dia motivi, può farlo solo con l'agire sull'amore di sé. Ed il frutto di codesto amore non ha alcun valore morale. 

Ne deriva che per via della morale, e della conoscenza astratta in genere, non può essere prodotta nessuna genuina virtù, bensì questa deve provenire dalla conoscenza intuitiva, la quale riconosce nell'individuo estraneo l'essenza medesima che è in noi stessi."


(Schopenhauer, Il mondo)

Qui Londra

“Il primo posto per gli alloggi sovraffollati o per gli alloggi assolutamente inadatti ad esseri umani è occupato da Londra. (…) Anche la parte della classe operaia che sta meglio, insieme coi piccoli bottegai e ad altri elementi della piccola classe media, a Londra viene colpita sempre più dalla maledizione di queste indegne condizioni di alloggio, nella misura in cui progrediscono i «miglioramenti» e con questi la demolizione di vecchie strade e case, nella misura in cui aumentano le fabbriche e l’afflusso di uomini nella metropoli e infine salgono le pigioni insieme colla rendita fondiaria della proprietà urbana. «Le pigioni sono salite così eccessivamente che pochi operai possono pagare più di una stanza» (*)”

(*) Report of the Officer of Health of St. Martin’s in the Fields. 1865


(Marx, Il capitale)

Roma


martedì 25 novembre 2014

I milioni dei poveri

"I milioni d'anni delle continue rinascite sussistono in verità soltanto nel pensiero concettuale, come soltanto in esso esistono tutto il passato ed il futuro: il tempo è realmente pieno, la forma del fenomeno è solo il presente, e per l'individuo il tempo è sempre nuovo: egli si ritrova sempre come nato allora. La vita è inseparabile dalla volontà di vivere, e sua unica forma è l'adesso."

(Schopenhauer, Il mondo)

Quale uomo?

"La legge della produzione capitalistica, che sta alla base della pretesa «legge naturale della popolazione», si riduce semplicemente a questo: il rapporto fra capitale, accumulazione e saggio del salario non è altro che il rapporto fra il lavoro non retribuito trasformato in capitale e il lavoro addizionale richiesto dal movimento del capitale addizionale.
Non si tratta dunque affatto di un rapporto fra due grandezze indipendenti fra di loro, da una parte la grandezza del capitale e dall’altra il numero della popolazione operaia, si tratta bensì in ultima istanza solo del rapporto fra il lavoro non retribuito e quello retribuito di una medesima popolazione operaia.

Se la quantità deI lavoro non retribuito, fornito dalla classe operaia e accumulato dalla classe dei capitalisti, cresce con rapidità sufficiente perchè si possa trasformare in capitale solo con un’aggiunta straordinaria di lavoro retribuito, il salario cresce, e, supponendo eguali tutte le altre circostanze, il lavoro non retribuito diminuisce in proporzione. Ma non appena questa diminuzione tocca il punto in cui il pluslavoro che alimenta il capitale non viene più offerto in quantità normale, subentra una reazione: una parte minore del reddito viene capitalizzata, l’accumulazione viene paralizzata e il movimento dei i salari in aumento subisce un contraccolpo.

L’aumento del prezzo del lavoro rimane dunque confinato entro limiti che non solo lasciano intatta la base del sistema capitalistico, ma assicurano anche la sua riproduzione su scala crescente.

La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà solo il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio.

Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano."


(Marx, Il capitale)

lunedì 24 novembre 2014

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L'ottimismo umanista di Schopenhauer

"Per quanto fitto sia il velo che avvolge l'animo del malvagio, per quanto sia chiusa la sua prigionia nell'individualità separata che gli fa ritenere la propria persona come distinta assolutamente e separata dagli altri da un ampio abisso, si agita tuttavia nell'intimo della sua coscienza l'occulta sensazione che un siffatto ordine di cose sia nondimeno nient'altro che fenomeno, e che in sé le cose stiano diversamente. 

Anche se tempo e spazio lo dividono dagli altri individui e dai tormenti inenarrabili che essi soffrono, anzi per cagion sua soffrono, anche se vede costoro come affatto stranieri a lui medesimo, tuttavia è l'unica volontà di vivere che in essi tutti si palesa e che, se stessa disconoscendo, contro sé volge le proprie armi, e mentre cerca per uno un maggiore benessere infligge a un altro il maggior dolore. E l'uomo malvagio è per l'appunto codesta volontà tutta intera, sì che viene a essere non solo il tormentatore, ma anche il tormentato, dal cui dolore egli è separato e si crede libero solo mediante un sogno illusorio che ha per forma il tempo e lo spazio.

Ma il sogno svanisce, ed egli, per forza della verità, deve il piacere pagare col dolore: soltanto per la conoscenza individuale, soltanto per la individualità separata nel tempo e nello spazio sono distinte possibilità e realtà, lontananza e vicinanza. È questa la verità che miticamente viene espressa dalla dottrina della migrazione delle anime, ma la sua espressione più pura la ha  in quell'angoscia oscuramente sentita, eppure inconsolabile, che si chiama rimorso.


Inoltre, l'interno orrore del malvagio per la sua propria azione, orrore che egli cerca di celare a se stesso, contiene, oltre quel vago sentimento della pura apparenza della distinzione che mette tra lui e gli altri, contiene, dico, in pari tempo anche la cognizione della violenza della propria volontà, dell'impeto con cui questa ha ghermito la vita, e l'ha succhiata. Questa vita di cui egli vede la faccia orrenda nell'angoscia di chi è da se stesso oppresso: egli sente fino a qual punto sia in potere della vita, e quindi anche degli innumerevoli dolori che a questa sono connaturati, avendo essa infinito tempo e infinito spazio per cancellare il divario tra possibilità e realtà, e tutti i mali da lui per ora soltanto conosciuti convertire in mali provati."


(Schopenhauer, Il mondo)

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La favola delle api

"Così Bernard de Mandeville ai primi del secolo XVIII:
«Là dove la proprietà è sufficientemente difesa, sarebbe più facile vivere senza denaro che senza poveri, giacché chi farebbe il lavoro? Allo stesso modo che i lavoratori devono essere protetti contro la morte per fame, essi non dovrebbero ricevere nulla che valga di essere risparmiato. Se qua e là qualcuno della classe infima si eleva, in virtù di un’assiduità straordinaria e di uno stringere la cintola, al di sopra delle condizioni in cui è cresciuto, nessuno deve ostacolarlo; anzi è innegabilmente il piano più saggio per ogni privato, per ogni famiglia singola della società, essere frugale; ma è interesse di tutte le nazioni ricche che la gran maggioranza dei poveri non sia mai inattiva, e che pur tuttavia spenda costantemente quello che intasca... Coloro che si guadagnano la vita con il loro lavoro quotidiano, non hanno nulla che li stimoli ad essere servizievoli se non i loro bisogni che è saggezza alleviare, ma sarebbe follia curare. L’unica cosa che possa rendere assiduo l’uomo che lavora è un salario moderato. Un salario troppo esiguo lo rende a seconda del suo temperamento o pusillanime o disperato, un salario troppo cospicuo lo rende insolente e pigro...
Da quanto è stato svolto sin qui consegue che in una nazione libera in cui non siano consentiti gli schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi. Prescindendo dal fatto che essi sono la fonte d’offerta mai esaurita per la flotta e per l’esercito, senza di essi non vi sarebbe godimento, e il prodotto di nessun paese sarebbe valorizzabile. Per rendere felice la società (composta naturalmente di coloro che non lavorano) e per render il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera. Le cognizioni aumentano e moltiplicano i nostri desideri, e quanto meno un uomo desidera, tanto più facilmente i suoi bisogni potranno essere soddisfatti» (*)

(*) De Mandeville, The Fable of the Bees: «Una vita moderata e il lavoro costante sono per il povero la strada della felicità materiale (con il quale termine egli intende dire la giornata lavorativa più lunga possibile e la minor quantità possibile di mezzi di sussistenza) e della ricchezza per lo Stato (ossia per i proprietari fondiari, i capitalisti e i loro dignitari ed agenti politici) »"

(Marx, Il capitale)