martedì 16 settembre 2014

Il fantoccio razionale e l'intima poetica verità

"La contraddizione tra vita e felicità, inerente all'etica stoica si mostra inoltre anche in questo: che il suo ideale, il Sapiente stoico, non potè conseguir mai intima poetica verità, bensì rimane un legnoso, rigido fantoccio, del quale non si sa cosa fare, che non sa egli stesso dove voglia andare con la sua saggezza, e la cui calma perfetta, contentezza, felicità stanno in aperto contrasto con la natura umana, né possono darci di sé una rappresentazione intuitiva.

Come differenti appaiono, accanto a questo fantoccio, i Superatori del mondo che la sapienza indiana ci presenta ed effettivamente ha prodotti; o anche il Salvatore cristiano - quella magnifica figura, piena di vita profonda, d'immensa verità poetica e di altissimo significato, la quale nondimeno, malgrado la sua perfetta virtù, santità ed elevatezza, viene davanti a noi in istato di altissimo dolore."


(Schopenhauer, Il mondo)


lunedì 15 settembre 2014

E' certamente vero


"È certamente vero, che lo scopo della felicità è fino a un dato punto raggiungibile con l'uso della ragione, e con un'etica esclusivamente razionale; anche l'esperienza mostra che gli uomini di carattere puramente razionale sono forse i più felici. 

Tuttavia moltissimo manca perché si possa in questa maniera giungere ad alcunché di perfetto, e la ragione esattamente applicata possa davvero liberarci da tutto il peso, da tutti i patimenti della vita, conducendoci alla felicità. 

C'è piuttosto una evidente contraddizione nel proposito di voler vivere senza soffrire; contraddizione che reca in sé anche il comune modo di dire: vita felice."

(Schopenhauer, Il mondo)
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 "L'ossimoro (dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso»; pronuncia: ossìmoro) è una figura retorica che consiste nell'accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro." (Wikipedia)


domenica 14 settembre 2014

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La ragione è dei fissi

"Il punto di partenza di Zenone era questo: che per raggiungere il massimo bene, ossia la felicità mediante la calma dello spirito, bisognerebbe vivere d'accordo con se stessi.
Ma questo era possibile solo informando tutta la propria vita alla ragione, non secondo mutevoli impressioni e fisime. E poiché né il successo, né i fatti esterni, ma solo le massime direttive sono in nostro potere, si doveva fare di queste sole il proprio scopo, se si voleva rimaner conseguenti."


Vivere d'accordo con se stessi è possibile solo informando la propria vita alla ragione?
Anche, alla ragione, semmai. Altrimenti il rapporto con se stesso uno se lo sogna soltanto, se non si mette a fare solo incubi.

"Epitteto parte dal principio che occorra ben meditare e distinguere ciò che dipende e ciò che non dipende da noi, e non contare mai su ciò che non dipende da noi.
Ciò che dipende da noi è solamente la nostra volontà; dalla nostra volontà nasce interna soddisfazione o insoddisfazione di noi stessi."


(Schopenhauer, Il mondo)

Ti sei infuriato? Soffri? Ti senti scoraggiato?

"Disse perciò Crisippo: si deve vivere con opportuna conoscenza dell'andamento delle cose del mondo. Infatti ogni volta che un uomo in qualsiasi modo perda il dominio di sé, o è schiacciato da un dolore, o s'infuria, o si scoraggia; egli dimostra così di trovar le cose diverse da quel che s'attendeva; dimostra quindi d'essere stato impigliato nell'errore, di non aver conosciuto il mondo e la vita; non aver saputo come la natura inanimata intralci ad ogni passo la volontà di ciascuno per mezzo del caso, e la natura animata l'intralci sia con l'opporle fini contrari, sia con la malvagità.

Dunque egli non s'è servito della sua ragione per venire ad una generale consapevolezza di questa condizione della vita, oppure ha mancato di giudizio, disconoscendo nel caso particolare quel che conosceva in generale; e perciò appunto si sorprende, e perde il dominio di sé.


Nello stesso modo è ogni viva gioia un errore, un vaneggiamento, perché nessun desiderio appagato può soddisfare a lungo, e perché ogni possessione, ogni felicità ci è concessa dal caso per un tempo indeterminato - e quindi ci può esser tolta nello spazio di un'ora. Ma intanto ogni dolore proviene dal dileguarsi di codesto vaneggiamento. Questo e quello, gioia e dolore, derivano dunque da manchevole conoscenza."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Crisippo: "... la sua sistematizzazione delle dottrine stoiche lo fece diventare un secondo padre dello Stoicismo rendendo questa scuola una delle più influenti nel mondo greco e romano per secoli." (Wikipedia)


sabato 13 settembre 2014

La ragione non basta a nessuno

"Gli stoici compresero che la privazione, il soffrire, non nascono direttamente e necessariamente dal non avere, bensì dal voler avere e non avere; che quindi questo voler avere è la condizione necessaria per la quale il non avere diventa privazione e genera il dolore.

Capirono inoltre dall'esperienza che solo l'idea d'aver diritto ad una cosa genera ed alimenta il desiderio; perciò né i molti mali a tutti comuni ed inevitabili, né gli irraggiungibili beni ci agitano e tormentano, bensì solo l'insignificante misura maggiore o minore di ciò che l'uomo può raggiungere o evitare. 


Capirono anzi che perfino quanto non è irraggiungibile in modo assoluto, ma soltanto relativo, ci lascia del tutto tranquilli; perciò i mali che stabilmente si sono associati alla nostra individualità, o i beni che per necessità a lei devono rimanere negati, si considerano con indifferenza; ed in grazia di questa proprietà dell'uomo, ogni desiderio presto muore né può più generare dolore non appena la speranza cessa d'alimentarlo.


Da questo risultò che tutta la felicità consiste solo nella proporzione delle nostre aspirazioni con ciò che ci viene accordato.


Egualmente risultò che ogni dolore nasce dalla sproporzione di ciò che pretendiamo ed aspettiamo con ciò che ci è dato; la quale sproporzione tuttavia sta evidentemente solo nella conoscenza, e potrebbe esser tolta di mezzo appieno mediante una miglior valutazione."


(Schopenhauer, Il mondo)
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Non riguarda certamente tutti, l'analisi degli stoici. Però, molti sì. Ai quali converrebbe "una miglior valutazione": la ragione usata per la felicità.
Ma senza un minimo di agio psichico la miglior valutazione non si fa. E senza un minimo di condizioni decorose di vita materiale l'agio psichico è cosa da santi.
Quelli che hanno agio materiale e disagio psichico, poi, sono spesso irraggiungibili da "una miglior valutazione". Solo quelli che già stanno sufficientemente bene con se stessi e il mondo possono essere raggiunti dalla proposta stoica.
La ragione, da sola, non traghetta nessuno dall'infelicità alla felicità.

La ragione può essere usata per la nostra felicità?

"L'origine dell'etica stoica sta nel pensare che il grande privilegio dell'uomo - la ragione, che per mezzo della condotta sistematica e di ciò che ne deriva di tanto gli allevia la vita ed i suoi pesi - potrebbe anche essere capace di sottrarlo d'un tratto direttamente, ossia per conoscenza pura, ai mali ed ai tormenti d'ogni specie che gli riempiono la vita: sottrarlo del tutto, o quasi del tutto.

Si ritenne non conveniente al privilegio della ragione che l'essere il quale ne è dotato, e per suo mezzo abbraccia e domina un'infinità di cose e di fatti, fosse nondimeno in balia di tanto dolore, di così grande angoscia e sofferenza quanta ne può sorgere dal tumultuoso impeto della brama o dell'avversione: e ciò per l'effetto del momento presente, e per i casi che i pochi anni d'una così breve, fugace, incerta vita possono contenere. 

E si pensò che il conveniente uso della ragione potesse elevar l'uomo sopra a questo male, renderlo invulnerabile."

(Schopenhauer, Il mondo)


Lo stoico

"Il più perfetto svolgimento della ragione pratica nel vero e proprio senso della parola, il più alto culmine a cui l'uomo può elevarsi col semplice impiego della sua ragione, e sul quale più evidente appare la sua diversità dagli animali, è come ideale rappresentato nel sapiente stoico

L'etica stoica originariamente ed essenzialmente non è affatto una dottrina di virtù, ma semplice avviamento alla vita razionale, di cui è meta e scopo la felicità ottenuta con la calma dello spirito. La condotta virtuosa vi si trova solo come mezzo, non come scopo. Perciò l'etica stoica, in tutta la sua essenza e nella sua concezione, è radicalmente diversa dai sistemi etici che spingono direttamente alla virtù, come il cristianesimo. 


Il fine dell'etica stoica è la felicità. Tuttavia l'etica stoica insegna che la felicità si può trovar con certezza solo nella pace interiore e nella calma dello spirito, e la calma a sua volta si raggiunge esclusivamente con la virtù. 


Ma se poi a poco a poco si dimentica il fine per il mezzo e la virtù viene raccomandata in modo da rilevare tutt'altro interesse che quello della propria felicità, sì da star con quest'ultima in aperto contrasto, abbiamo allora una delle inconseguenze per le quali in ogni sistema la verità direttamente conosciuta (o, come suol dirsi, sentita) riconduce sul diritto cammino, sostituendosi di forza ai ragionamenti."


(Schopenhauer, Il mondo)
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L'ultimo passo non mi è chiaro. Quando si crea un conflitto tra ciò che sento moralmente giusto e ciò che mi farebbe felice "... in ogni sistema la verità direttamente conosciuta (o, come suol dirsi, sentita) riconduce sul diritto cammino, sostituendosi di forza ai ragionamenti". 

In un passo precedente, Schopenhauer scriveva: 
"L'uomo conforme alla natura dà sempre maggior peso a ciò che ha conosciuto immediatamente ed intuitivamente che non ai concetti astratti, ossia a ciò che ha soltanto pensato: egli preferisce la conoscenza empirica alla conoscenza logica. Opposta è la disposizione di coloro che vivono più in parole che in fatti, che nella loro grandissima degenerazione diventano pedanti e spulciatori di vocaboli."
In questo passo tiene conto del fatto che non sempre "la verità direttamente conosciuta (o, come suol dirsi, sentita) riconduce sul diritto cammino", e che, dunque, esistono individui e culture in cui la verità direttamente conosciuta viene sacrificata a regole astratte, facendo leva sulla disposizione umana a farsi guidare dalle rappresentazioni astratte anche quando non hanno nessun riscontro empirico.